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di Giuseppe Gargani

 

Il Garantista, 5 aprile 2015

 

In occasione di vari convegni giuridici tenuti a Bruxelles o in altre località le domande ricorrenti degli esperti non italiani sono sempre state: come è possibile che il Parlamento italiano sia senza iniziative di fronte alla pubblicazione di parti importanti del processo penale riservate o non, e di parti non rilevanti che hanno il solo scopo di mettere in cattiva luce le personalità interessate; e poi, come è possibile che una volta stabilità l'obbligatorietà dell'azione penale si lasci alla discrezionalità del magistrato decidere quale indagini portare avanti.

Alla seconda domanda risponderò in altra occasione; per adesso mi limito a dire come rispondevo in quei convegni ai professori che mi interrogavano. Il codice di procedura penale dell'89 ha modificato profondamente la vecchia normativa e ha disciplinato un processo "orale" (si diceva così in quegli anni) con un confronto snello per la rapidità della decisione. Tutti gli addetti ai lavori sanno come è stata "oltraggiata" quella normativa e come ci si è trovati in una

situazione peggiore rispetto alla vecchia procedura. Anche per interventi della Corte Costituzionale il processo si è profondamente modificato e ha perduto la "trasparenza" e la rapidità che erano le caratteristiche principali volute dal legislatore.

In quegli anni la classe dirigente politica, e in particolare quella di sinistra (in quel periodo la definizione era appropriata!) ha alimentato e incentivato un comportamento della magistratura e della stampa che in sostanziale accordo hanno voluto celebrare i processi ai partiti della maggioranza di Governo per ottenere sul piano giudiziario quello che non si riusciva ad ottenere sul piano elettorale. In quel periodo la magistratura non ha perseguito i singoli reati ma ha contestato il "sistema" nel suo insieme responsabile della devianza e della corruzione. Tutto quello che è avvenuto negli anni di Tangentopoli è noto ma forse non è stata ancora scritta una storia meticolosa e precisa.

Se bisogna condannare moralmente le modalità con le quali l'amministrazione pubblica organizza il lavoro al suo interno e prende le sue decisioni, è inevitabile che qualunque documento, qualunque parte del processo e quindi qualunque colloquio intercettato deve essere reso pubblico. Solo attraverso l'indagine penale si può venire a conoscenza di tutto quello che avviene all'interno dell'amministrazione e della governance e tutto debba essere noto ai cittadini. E dunque la funzione del magistrato non è solo quella rigorosamente giuridica di applicare il diritto ma quella di far giustizia: una sorta di funzione etica per "garantire la legalità".

È per questa ragione che in quegli anni si è avuta una mutazione della funzione del magistrato, di cui non si avvedono certamente gli interessati, ma, debbo dire, neppure una parte della cultura giuridica del nostro Paese. Il giudice non è più la "bocca della legge" ma è un protagonista della lotta sociale perché egli "lotta" contro la mafia, "lotta" contro la corruzione, "lotta" contro tutte le devianze.

La Costituzione non voleva un giudice di "lotta" ma un giudice indipendente, terzo che rendesse certa la sanzione e sicura la "repressione della illegalità". Negli anni 90, come presidente della Commissione giustizia alla Camera dei deputati ho proposto soluzioni precise per regolare la fase iniziale delle indagini, l'avviso di garanzia, la riservatezza degli atti e la possibile pubblicazione degli stessi, regole precise per la stampa, ma fui travolto dalla grande emotività dell'opinione pubblica assetata di notizie e di pettegolezzi che voleva la morte dei partiti considerati il male assoluto.

Il Pei ha grande responsabilità nell'aver contribuito a determinare questa situazione e, aggiungo, non ha modificato neppure ora il suo comportamento perché non si è mai chiesto come mai nel 1994 dopo la tremenda esperienza di Tangentopoli vinse Silvio Berlusconi e non Achille Occhetto. Aggiungo ancora che gli eredi di quel gruppo dirigente comunista (alludo ai renziani) non sanno far di meglio che aumentare le pene per i reati di corruzione senza mettere mano ad una riforma che risponda ad una strategia culturale e giuridica. Ora si accenna timidamente ad una legge che possa regolare l'uso delle intercettazioni che certamente non si farà, ma che non serve di fronte a comportamenti diffusi che ahimè! non determinano sanzioni. Infatti oggi la legge c'è e le sanzioni sono previste ma non utilizzate.

Orbene, dopo questa premessa, come non dare solidarietà a Massimo D'Alema (come l'ho data inutilmente a Maurizio Lupi il quale non ha ascoltato il mio pressante consiglio di non dimettersi) il quale si dichiara indignato ma senza riuscire a rendersi conto dell'andazzo ineluttabile che si è determinato. D'Alema sa che per una sua dichiarazione fu oggetto di indagine per la quale la magistratura di Milano con insistenza chiedeva di continuare nelle indagini. Ero allora Presidente della Commissione giuridica del Parlamento Europeo e da relatore chiesi di "proteggere" l'immunità del deputato europeo D'Alema e la Commissione all'unanimità votò a favore per evitare che, su cose irrilevanti, la magistratura italiana si accanisse.

Ora D'Alema chiede una legge per proteggere dalle intercettazioni indiscriminate chi non ha un avviso di garanzia. Intanto le garanzie debbono essere date anche a chi ha un avviso di garanzia che, come sappiamo, serve appunto a "garantire" quindi è a favore del probabile futuro imputato. Certo chi non ha neppure l'avviso per la sua garanzia deve essere tutelato di più: non c'è dubbio. La civiltà giuridica, se è maturata nella coscienza di tutti, dovrebbe garantire tutti e Giuseppe Orsi della Finmeccanica per fare un solo esempio, ancora agli onori della cronaca, non è stato garantito quando era indagato, né ora

essendo stato assolto! Le notizie della stampa sono state minime e ricordo che nel '92 proposi che in caso di assoluzione di un imputato lo spazio della stampa dovesse essere uguale a quello dedicato quando era stato ritenuto colpevole!

In genere solo un accanito lettore di giornali riesce a trovare la notizia "favorevole" all'imputato perché relegata in pagine interne! Orbene le intercettazioni telefoniche o di altro tipo a "strascico", indiscriminate portano ad un "populismo penale" come è stato detto, rispetto al quale tutta la classe dirigente dovrebbe reagire se fosse desiderosa del bene di tutti e del bene della giustizia. Ma la miopia dei politici porta ad essere rigorosi quando la questione riguarda altri, dimenticando che c'è una regola ferrea e antica: chi semina vento raccoglie tempesta.

Le risposte più adeguate a questa questione le ha date un magistrato (un magistrato non un politico) illuminato e "sereno" Carlo Nordio, che ha scritto che le intercettazioni non sono "prova" ma "un mezzo di ricerca della prova" come prevede il codice, che "la libertà di stampa non c'entra nulla, perché il giornalista non scrive quello che sceglie lui ma quello che gli altri gli fanno scrivere"; che le intercettazioni sono pericolose per "i terzi ignari e sprovvisti di difesa"; e, cosa più importante, che le indagini serie non si fanno con le intercettazioni.

Carlo Nordio in sostanza dice che anche con le leggi attuali, sia pure contraddittorie, si può trovare un punto di equilibrio tra la riservatezza delle indagini e la pubblicità necessaria, tra le intercettazioni telefoniche e il significato da dare alle stesse. La conclusione è dunque che non si tratta di leggi da emanare, ma è opportuno ricercare equilibrio e buon senso, professionalità e serenità di chi ha il compito tremendo di ricerca delle verità e di chi ha il compito di dare notizie al pubblico.

Il legislatore dovrebbe prendere atto, per avviare davvero una grande riforma, che il giudice in questa società profondamente modificata ha un ruolo diverso da quello che fu immaginato dai Costituenti nel 1948 e che la giurisdizione ha un valore diverso e più importante: è dunque urgente individuare regole, binari precisi per l'azione dei magistrati, per renderli più responsabili e al tempo stesso più credibili, e più "popolari", perché bisogna tener conto della sete di giustizia del cittadino dando risposte non emotive ma corroborate dalla norma giuridica, dal diritto.