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Il Foglio, 7 gennaio 2015

 

Tra chi ha sottoscritto questo testo c'è un'ampia pluralità di opinioni a proposito dei temi detti "di fine vita" e della drammatica questione dell'eutanasia. E tuttavia concordiamo nel giudizio sulla vicenda di Frank Van den Bleeken, ergastolano belga 52enne.

Questi, detenuto da 30 anni per stupri e omicidio, persona psicologicamente disturbata, aveva chiesto e aveva ottenuto di accedere al protocollo per l'eutanasia, fissata per domenica 11 gennaio. Ora, pare che la decisione sia stata annullata a seguito della valutazione negativa dell'équipe medica, le cui motivazioni sono coperte dal vincolo della privacy.

Ma, ciò nonostante, il problema rimane in tutta la sua tragica complessità. Van den Bleeken avrebbe voluto esser curato in una clinica specializzata, ma non gli è stato concesso, nonostante ripetute richieste.

Lo stato, di fatto, ha preferito la sua morte, con l'ipocrisia di un atto giustificato come rispondente alla sua dignità. Una dignità che non è bastata a far sì che si affrontassero i misteri della sua personalità, che gli si concedesse la chance di una uscita dal tunnel dell'orrore, che lo si liberasse dalla continua sollecitazione al suicidio, a quanto si legge, da parte di altri detenuti.

Così la pena senza speranza ridiventa, anche in senso materiale, pena di morte. Un facile disimpegno rispetto alla sua condizione. Un costo economico in meno. Un interrogativo in meno da porsi sul problema del male: proprio all'opposto di ciò che Papa Francesco ha sollecitato nel discorso del 23 ottobre all'Associazione internazionale di diritto penale. La questione non riguarda soltanto l'ordinamento belga, ma vi è il pericolo che produca effetti a catena.

Parrebbe che altri quindici detenuti abbiano richiesto, in quel paese, l'eutanasia e, presa questa strada, le conseguenze rischiano di andare ben oltre i confini del Belgio. Purtroppo, siamo capaci di mettere le persone in condizione di disperazione. Ed è ciò che gli stessi sistemi penali non devono più determinare. Continuare a farlo offrendo al detenuto la prospettiva della morte o perpetuando l'indifferenza per le troppe morti in carcere è qualcosa che tocca i vertici dell'inumanità. È una sconfitta dei principi fondamentali del diritto e della nostra civiltà. È cedere all'imbarbarimento e alla vittoria del male. Forse c'è ancora tempo per qualche presa di posizione culturale e istituzionale che possa condurre a un ripensamento.

 

Firmato da: Luciano Eusebi, Stefano Anastasia, Livio Ferrari, Luigi Manconi, Claudia Mazzucato, Michele Passione, Livio Pepino, Milena Santerini