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di Astolfo di Amato

 

Il Garantista, 29 gennaio 2015

 

Nella lotta infinita alle mafie, l'ultima notizia è quella di una "maxi operazione dei carabinieri mercoledì mattina contro la 'ndrangheta in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia". Nell'ambito della operazione sono state eseguite oltre 160 ordinanze di custodia cautelare. Questa, ennesima, operazione è il segnale di una guerra vittoriosa o la conferma della sconfitta dello Stato e della legalità?

È la battaglia vinta di una guerra persa, o il segnale inequivoco di un nemico messo all'angolo e per il quale è sempre più difficile agire? La risposta è data dalla considerazione delle regioni coinvolte. Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto sono regioni storicamente indenni dal cancro della criminalità organizzata di stampo mafioso. Oggi, viceversa, costituiscono territorio di conquista, nel quale possono prosperare ed espandersi. E il 41 bis? e le pene per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso? E il reato di concorso esterno nell'associazione a delinquere di stampo mafioso? E i pentiti? E tutte le norme eccezionali che piegano le garanzie costituzionali alla esigenza di combattere il nemico?

E quell'atteggiamento di guerra permanente e all'ultimo sangue, che ha portato di fatto alla criminalizzazione di intere regioni? Se dopo tutto questo vi è una maxi operazione che coinvolge l'Emilia Romagna, la Lombardia, il Piemonte e il Veneto, significa che gli strumenti utilizzati, se hanno fatto vincere qualche battaglia, non stanno facendo vincere la guerra. Anzi, favoriscono il nemico. La criminalità organizzata di stampo mafioso ha spazio e capacità di espansione prima ancora che in ragione della capacità di intimidazione, nel suo radicamento, che è soprattutto culturale, e poi anche territoriale.

Un approccio militare è capace di sconfiggere il radicamento culturale? La ovvia risposta è no. Basta guardare ai modesti risultati raggiunti in Afghanistan, per rendersi conto che i problemi politici non sono risolti dalle armi, che al più li possono tenere a covare sotto la cenere per riesplodere con più virulenza. Ed allora, se si tiene conto del retroterra culturale, su cui possono fare affidamento le nostre mafie, si deve registrare che la lotta è innanzi tutto politica, prima che militare. E che, anzi, l'approccio militare contribuisce al mantenimento di una controcultura, che si autoalimenta e si espande.

In una società, quale quella meridionale, nella quale l'economia è allo sfascio, la disoccupazione, specie giovanile, ha numeri da capogiro, la sanità è al collasso, è serio pensare che la lotta alla criminalità organizzata si possa fare portando la pena per l'associazione a delinquere di stampo mafioso ad un minimo di venti anni? Il tema è un altro: restituire credibilità allo Stato. Se lo Stato è un nemico e nient'altro, le pene potranno essere incrementata quanto si vuole e le garanzie potranno essere calpestate, ma il risultato sarà sempre e solo quello di dare più forza al nemico.

È questo uno degli aspetti principali della questione meridionale: creare le condizioni affinché democrazia, efficienza e benessere siano concetti che si coniughino in modo indissolubile. Solo così verrà meno il retroterra culturale su cui si poggiano le mafie e non vi sarà bisogno di maxi operazioni che interessano tutta l'Italia.

Un'ultima notazione. Alcune forze politiche, che in genere si segnalano per il sostegno alla diminuzione delle garanzie ed all'incremento delle pene nella lotta alla criminalità organizzata, hanno lottato con tutte le loro forze per la introduzione più ampia possibile delle preferenze nella legge elettorale. Ed è noto che le preferenze sono uno dei meccanismi di elezione della criminalità organizzata per influenzare la politica. Nel momento in cui la presenza su tutto il territorio nazionale delle mafie ha raggiunto una tale estensione, quale quella segnalata dalla maxi operazione di cui si è detto, quale è la coerenza di quelle forze politiche?