di Rinaldo Romanelli (Componente Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 12 marzo 2015
Ecco, diranno alcuni benpensanti, il processo Ruby si è concluso con la definitiva assoluzione di Berlusconi da tutte le ipotesi di reato contestate e finalmente, grazie alla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati, qualcuno chiederà i danni ai pm che lo hanno indagato ed ai giudici che lo hanno ingiustamente condannato in primo grado!
Chi sbaglia paga e qui di conseguenze dannose derivanti dall'essere stato ingiustamente processato per anni se ne possono individuare veramente tante e quindi si pagherà molto. Siamo poi nella condizione ottimale per il danneggiato, un potente che ha tutti i mezzi per intentare e coltivare costose cause: la condizione peggiore per i magistrati che a vario titolo hanno compiuto in perfetta buona fede il loro dovere ed ora si trovano esposti, come foglie al vento, alla ritorsione del più forte. Giusto o sbagliato che sia, quel che è certo è che quest'ipotesi di cui qualcuno ha parlato negli ultimi due giorni, appartiene alla sfera dell'assoluta irrealtà, e chi si avventura in queste valutazioni non sa, evidentemente, come impiegare utilmente il proprio tempo. La riforma della legge sul risarcimento
dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità dei magistrati si è limitata ad ampliare l'ambito di responsabilità dello Stato (non dei magistrati, nei confronti dei quali non è consentita l'azione diretta e la rivalsa può essere esercitata solo nelle ipotesi di negligenza inescusabile) ai casi di manifesta violazione di legge, di travisamento del fatto o delle prove, negli esatti termini in cui ciò è stato imposto all'Italia
dalla Corte di Giustizia dell'Ue. Posto che la violazione di legge deve essere "manifesta", e l'errore sul fatto deve trasmodare nel "travisamento", per tale intendendosi una macroscopica topica, che non richieda per essere accertata alcun approfondimento di carattere interpretativo o valutativo, è evidente che nessuna azione di danno potrà essere intentata nei confronti dello Stato a seguito dell'assoluzione di Berlusconi. L'indipendenza della magistratura è salva e francamente, chiunque abbia letto laicamente il contenuto della riforma, non ha mai dubitato del contrario.
Quello che invece preoccupa è la posizione assunta dalla politica il giorno dopo l'approvazione del nuovo testo. Sembrava che fosse l'occasione per recuperare un po' di spazio e anche di dignità rispetto al ruolo centrale, preponderante ed invadente che certa parte della magistratura si è attribuito nella vita del Paese, esondando ampiamente dall'alveo delle proprie competenze e pretendendo di condizionare, fino al diritto di veto, ogni provvedimento assunto in materia di giustizia. E invece siamo quasi alle scuse e soprattutto pare che la magistratura associata abbia maturato un grosso credito, certo, liquido ed esigibile, che va riscosso a breve.
Il ministro Orlando, al quale va riconosciuto il merito di aver dimostrato grande equilibrio e determinazione nel traghettare in porto la nave della riforma - attraversando i flutti perigliosi agitati da chi avrebbe voluto una legge in odio ai magistrati e da chi, invece, si è opposto irragionevolmente e ad ogni costo a qualsivoglia modifica - si è subito detto pronto ad una revisione. Il presidente della Repubblica ha sentito la necessità di tranquillizzare i giovani magistrati in merito al fatto che l'applicazione delle legge sarà attentamente monitorata per preservare e garantire l'indipendenza della magistratura.
L'iter parlamentare della riforma del regime della prescrizione ha subito un'immediata accelerazione, chiudendo la porta ad ogni dialogo che pure era in corso davanti alla commissione Giustizia della Camera, dove tutte le parti rappresentative, tra cui l'Unione Camere penali, erano state audite sul disegno di legge giustizia del governo (nel quale appunto era inserita anche una modifica alla prescrizione), con la previsione, vista la complessità dei temi, di una seconda e più approfondita consultazione.
È accaduto infatti che, sulla spinta mediatica di alcune inchieste in materia di corruzione e soprattutto in ossequio alle posizioni espresse dalla magistratura associata, il cui credito maturato con lo sgarbo della riforma sulla responsabilità civile va appunto saldato, si sia sentita l'impellente necessità di aumentare le pene per i reati contro la pubblica amministrazione e contemporaneamente allungare i termini di prescrizione.
A poco vale osservare che si tratta di reati a bassissimo indice di prescrizione, per l'ovvia ragione che sono già puniti con pene edittali gravi e sono trattati nella prassi, in ragione della loro natura, con una certa attenzione: l'urgenza resta e i debiti vanno saldati.
L'accelerazione si è, quindi, subito diffusa per contagio, sempre su sollecitazione dell'Anni, dal binomio prescrizione/corruzione al regime generale della prescrizione e dunque, a tutti i reati.
La prescrizione, insomma, è l'origine di tutti i mali, altro che responsabilità dei magistrati! L'approccio al problema è però radicalmente sbagliato, sia nella forma, che nella sostanza. Quanto al primo aspetto deve essere chiaro che i penalisti italiani hanno fino ad oggi dato il proprio contributo costruttivo al percorso di riforme del Governo, pur non condividendo sempre ed appieno determinate scelte, proprio perché è stato privilegiato un dialogo tra le parti effettivo, biunivoco e oggettivamente utile ad una migliore produzione normativa. Se la scelta è quella di interrompere questo percorso e di imporre scelte illiberali ed autoritarie in ossequio alle pretese avanzate dalla magistratura associata, la risposta dell'Ucpi non sarà certo di passiva accettazione. Quanto al merito, è stato da ultimo autorevolmente osservato sulle pagine di questo giornale dall'Avvocato e Senatore Nico D'Ascola, che allungare i tempi della prescrizione equivale ad allungare i tempi del processo, e che la scelta del modello da seguire dipende dal sistema politico che i cittadini prediligono. Un sistema autoritario pone lo Stato e il suo interesse punitivo al centro e questo giustifica l'allungamento dei termini di prescrizione e conseguentemente di accertamento dei reati attraverso un processo infinito.
Le inefficienze del processo, che ne determinano l'enorme durata, sono scaricate sul cittadino, che si badi deve essere considerato, in base ad un principio costituzionale, non colpevole fino alla sentenza definitiva, e che spesso magari, al termine di un lungo iter che gli sconvolge l'esistenza, viene anche assolto. Un sistema liberale, che è l'unico compatibile con la nostra Costituzione, pone al centro la persona, che ha diritto ad una giusta durata del processo (come sancito espressamente dall'articolo 111 della Costituzione), a vedere riconosciuta la propria estraneità ai fatti in un tempo ragionevole, o nella prospettiva della persona offesa, a vedere nello stesso ragionevole tempo l'accertamento definitivo della responsabilità del reo.
D'altra parte è difficile comprendere, nella prospettiva di uno Stato liberale, che senso abbia raggiungere una condanna definitiva a decine di anni dal fatto, quando la pena non ha più alcuna funzione rieducativa e neanche retributiva, posto che si condanna una persona diversa dall'autore del reato. Riprendo, dunque, l'invito di D'Ascola, "riflettano i cittadini su quale dei due modelli preferiscono", ed aggiungo, rifletta il Governo su quale percorso vuole condurre per riformare il nostro sistema penale.









