sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 1 marzo 2025

Mercoledì l’incontro a Palazzo Chigi. La strategia per dividere le toghe. “Abbiamo realizzato un esercizio di democrazia di cui essere orgogliosi”, si compiace l’Associazione nazionale magistrati. L’adesione allo sciopero contro la riforma costituzionale che separa le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici s’è attestata intorno all’ottanta per cento, eguagliando le più ottimistiche aspettative. Ma il difficile viene adesso. A cominciare dall’incontro di mercoledì prossimo con la premier Giorgia Meloni e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Apprezziamo questa disponibilità”, ribadisce il neo-presidente Cesare Parodi, esponente di Magistratura indipendente, il gruppo più moderato dell’Anm; del resto era stato lui, tre settimane fa. a chiedere il “faccia a faccia” con la presidente del Consiglio, subito dopo la sua inattesa elezione; l’invito a Palazzo Chigi è stato letto come un segnale di apertura del governo, al quale Parodi replica precisando che lui e la giunta esecutiva andranno a “spiegare personalmente le ragioni specifiche e non ideologiche, né pregiudiziali, per cui contrastiamo questa riforma. Punto per punto”.

Dei dieci componenti della giunta parleranno soltanto in due, verosimilmente Parodi e Maruotti, espressione di Area, una delle due correnti della sinistra giudiziaria. Illustrando una volta di più i timori per la rottura dell’unità dell’ordine giudiziario, per lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in cui i componenti togati saranno estratti a sorte anziché eletti dai colleghi, e per la procedura disciplinare sottratta all’autogoverno. Con la prospettiva, giudicata pressoché inevitabile, dei pm attratti nell’orbita del potere esecutivo. Ma vorranno anche stigmatizzare “il contesto in cui viene portata avanti la riforma di una totale insofferenza verso il controllo della legalità che la Costituzione affida ai magistrati”, come hanno scritto nel comunicato post sciopero.

Significa denunciare le aggressioni verbali nei confronti di pubblici ministeri e giudici “colpevoli” di decisioni sgradite al potere politico, di cui sono stati in qualche modo partecipi anche la premier e il ministro della Giustizia. L’appuntamento a Palazzo Chigi, però, servirà anche ad ascoltare ciò che il governo avrà da dire ai rappresentanti delle toghe; quali aperture e mediazioni offrirà, se lo farà. Da giorni si vagheggia di correzioni della riforma in qualche suo aspetto: dal sorteggio “temperato” del Csm (prevedendo cioè un’estrazione di nomi più ampia dei componenti, per poi procedere a un’elezione che in questo modo sarebbe solo condizionata dal sorteggio) alla previsione delle quote di genere; una dimenticanza piuttosto grave di chi ha scritto il testo ora in discussione al Senato, visto che con il sorteggio puro si rischierebbe di avere un organismo composto di soli uomini (o sole donne) quando la rappresentanza femminile in magistratura ha da tempo superato la metà del totale.

Altre correzioni ipotizzate riguardano l’estensione dell’Alta corte disciplinare a tutte le magistrature, e l’esclusione della titolarità dell’azione disciplinare per i giudici in capo al procuratore generale della Cassazione, più interventi minori da rinviare alle leggi ordinarie. Ma se pure Meloni e Nordio si addentrassero in queste o altre mediazioni - sulle quali non c’è unità di consenso nemmeno all’interno della maggioranza di governo - è escluso che mercoledì possa arrivare una risposta da parte dell’Anm. Che dovrebbe comunque rinviare ogni decisione al comitato direttivo centrale già convocato per sabato 8 marzo, composto da 36 magistrati di tutte le correnti. “Dubito che si formi una maggioranza di possibile apertura verso queste proposte - anticipa il segretario Maruotti, che in queste settimane ha sempre ripetuto come non ci siano spazi per trattative al ribasso -, né dai deliberati ufficiali dell’Anm emerge una delega a trattare su singoli aspetti della riforma. Non intendiamo farlo e di certo non possiamo essere noi a decidere il futuro assetto costituzionale”.

Posizione netta, da cui potrebbe derivare una spaccatura interna con gli eventuali “aperturisti”; soprattutto dentro l’anima più “governista” di Magistratura indipendente. E forse è proprio questo l’obiettivo dell’esecutivo: mostrare una disponibilità, anche solo apparente, a ritoccare la riforma per rompere l’unità dei magistrati e tornare a dividere le “toghe rosse”, o comunque di opposizione, da quelle che pensano a fare il loro lavoro senza altre velleità. Per cancellare l’effetto sciopero e riproporre l’immagine di una parte di magistratura politicizzata che si ostina a voler “esondare” dai propri confini. Se si tratta di una strategia, e quale sarà effetto potrà avere, si vedrà dopo l’incontro di mercoledì.