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www.contattonews.it, 24 febbraio 2015

 

Il sen. Luigi Manconi è tra i relatori non solo dei ddl su "Amnistia e indulto" ma anche di un ddl "Modifiche alla legge 26 luglio 1975, n. 354, e altre disposizioni in materia di relazioni affettive e familiari dei detenuti" sugli affetti in carcere. Su quest'ultimo tema e sul tema del diritto all'esecuzione penale in prossimità della famiglia, Manconi - Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato - è tornato in un'interrogazione parlamentare del 20 febbraio, rivolta al Ministro della giustizia Andrea Orlando.

In premessa il senatore ha riportato la vicenda del signor C. C. il quale si trova in carcere dal 1997 e "deve scontare una pena di 30 anni; a lungo detenuto presso il carcere di Viterbo, il signor C. aveva intrapreso, in modo serio e proficuo, il percorso trattamentale offerto dall'istituzione penitenziaria: lavorava nel laboratorio sartoriale e, con la retribuzione percepita, aiutava a mantenere la famiglia; partecipava al laboratorio artistico e all'attività teatrale per la quale gli è stato anche conferito un encomio; inoltre, la permanenza presso il carcere laziale permetteva al signor C. di mantenere in modo costante il rapporto con la famiglia, nello specifico con la moglie e con le 2 figlie (una delle quali ancora di minore età), le quali si recavano a colloquio regolarmente per 2 volte al mese; considerata l'ormai lunga detenzione scontata e il buon percorso trattamentale seguito, il signor C. aveva fatto istanza di trasferimento a Roma dove la famiglia si è trasferita da quando egli era detenuto nel carcere di Rebibbia-nuovo complesso; In data 29 maggio 2014, a seguito del mutamento di destinazione della sezione presso cui era ospitato nella casa circondariale di Viterbo, il signor C. è stato invece trasferito presso la casa circondariale di Oristano, in Sardegna; il trasferimento del signor C. è stato disposto in modo del tutto inaspettato e in evidente contrasto con quanto disposto dal principio di rieducazione della pena avendo rescisso il percorso trattamentale intrapreso e, soprattutto, il legame con la moglie e con le figlie che sono impossibilitate, anche per ragioni di carattere economico, ad andare a trovarlo; in data 6 giugno 2014, il signor C. ha presentato istanza al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per chiedere di tornare in un carcere del Lazio (nello specifico presso la casa circondariale o casa di reclusione di Rebibbia o, in subordine, presso la casa circondariale di Civitavecchia), ma a tutt'oggi, decorso il termine di 180 giorni indicato nell'allegato 1 del decreto ministeriale n. 488 del 1977, non ha ricevuto nessuna risposta; sulla base del principio costituzionale di rieducazione della pena detentiva, l'ordinamento penitenziario di cui alla legge n. 354 del 1975, all'art. 1, sancisce che il trattamento delle persone detenute deve tendere al loro reinserimento sociale anche attraverso il contatto con l'ambiente esterno; da questa impostazione costituzionalmente orientata discende l'attenzione da parte del legislatore del 1975 ai rapporti tra la persona detenuta e la famiglia riportati nelle disposizioni di cui agli artt. 28 e 42, che sanciscono che debba essere dedicata "particolare cura a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie" (art. 28) e che "Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie"; così anche il regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 2000, si è soffermato su questo aspetto disciplinando che "Particolare attenzione è dedicata ad affrontare la crisi conseguente all'allontanamento del soggetto dal nucleo familiare, a rendere possibile il mantenimento di un valido rapporto con i figli, specie in età minore, e a preparare la famiglia, gli ambienti prossimi di vita e il soggetto stesso al rientro del contesto sociale" (art. 61, comma 2); nel caso in cui si renda necessario allontanare più detenuti per "necessità di carattere organizzativo dell'istituto (ad esempio, (à) mutamento di destinazione di sezioni detentive, (à))", "gli elenchi dei detenuti da trasferire dovranno essere compilati tenendo conto dei parametri indicati per gli sfollamenti" (punto 3.3); laddove si afferma che "ove, comunque, si renda necessario procedere all'emissione di provvedimenti deflattivi, i principi della territorialità della pena e della non-regressione incolpevole del trattamento penitenziario devono essere rispettati" (punto 3.1); "in particolare, nella compilazione degli elenchi dei detenuti da sottoporre a provvedimento deflattivo, le Direzioni, di regola, non debbono inserire: i detenuti che effettuano colloqui con aventi diritto dimoranti nel Distretto".

Premesso ciò il Sen. Manconi chiede di sapere: "se il Ministro in indirizzo non ritenga che, ai sensi della normativa vigente, il diritto all'esecuzione penale in prossimità della propria famiglia debba essere ordinariamente garantito dall'amministrazione penitenziaria, così come da essa stessa ribadito nella propria normativa secondaria; se non ritenga che il diritto alle relazioni familiari e alla "non-regressione incolpevole del trattamento penitenziario" non possano che essere preminenti rispetto alle pur legittime necessità organizzative dell'amministrazione penitenziaria, alla luce del principio affermato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 26 del 1999) secondo cui "L'idea che la restrizione della libertà personale possa comportare conseguenzialmente il disconoscimento delle posizioni soggettive attraverso un generalizzato assoggettamento all'organizzazione penitenziaria è estranea al vigente ordinamento costituzionale, il quale si basa sul primato della persona umana e dei suoi diritti"; se non ritenga che, nel caso di specie, il signor C. debba essere nuovamente trasferito in prossimità delle proprie relazioni ed affetti familiari e, segnatamente, in un istituto romano o limitrofo".