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La Difesa del Popolo, 8 gennaio 2015

 

La sperimentazione coinvolge dal 2004 dieci carceri italiane, compresa Padova. Ogni anno la Cassa delle ammende ha versato in media 4 milioni di euro per impiegare 170 detenuti nel settore delle mense interne agli istituti di pena. I risultati ci sono ma non basta: rubinetti chiusi dopo l'incontro tra i presidenti delle 10 cooperative interessate e il ministro Orlando.

La Cassa delle ammende non finanzierà per il 2015 le cooperative di detenuti che si occupano di mense dentro le carceri e servizi di catering al di fuori di esse. A nulla è servito l'incontro, alla vigilia di capodanno, tra i rappresentanti delle dieci cooperative coinvolte nel progetto, il ministro della giustizia Andrea Orlando, il capo gabinetto Giovanni Melillo e i vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap).

"Il capo gabinetto del ministro ha detto che si cercheranno delle soluzioni individuali, per ogni singola cooperativa, in modo che non si perda l'esperienza - ha spiegato all'uscita dall'incontro Luigi Pagano, vice direttore del Dap - Il capo dipartimento Santi Consolo ha chiesto un po' di tempo per capire la situazione, è stato nominato da due settimane". La sostanza però è che senza i 4 milioni circa all'anno versati dalla Cassa delle ammende (il fondo alimentato dalle multe comminate dai tribunali) il progetto della gestione delle mense carcerarie affidato direttamente a cooperative di detenuti rischia di saltare in toto.

In tutto, sono strutture dove si trovano ristretti 7 mila detenuti. Di questi, sono in 170 quelli che hanno lavorato dal 2004 ad oggi per le cooperative incaricate della gestione delle mense. Sono la Ecosol a Torino; la Divieto di sosta a Ivrea; la Campo dei miracoli a Trani; L'Arcolaio a Siracusa; La Città Solidale a Ragusa; Men at Wotk e Syntax Error a Rebibbia; ABC a Bollate (Milano); Pid a Rieti e la Giotto a Padova. "Secondo il progetto avrebbero dovuto implementare le commesse esterne e rendersi autosufficienti ma purtroppo non è successo", continua Luigi Pagano.

Il numero due del Dap non mette in discussione gli esiti positivi di questa sperimentazione: il tasso di recidiva drasticamente ridotto per chi ha fatto parte del progetto, l'indotto per i dipendenti e le ore passate fuori dal carcere. Ma non basta: "Il Dap non può costringere la Cassa delle ammende a pagare, per quanto siano presieduti dalla stessa persona", aggiunge. Questo è un altro dei lati paradossali di questa vicenda: il Capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è anche presidente della Cassa delle ammende, la quale però ha poi un consiglio d'amministrazione che prende le decisioni collegialmente. E che questa volta ha deciso di non finanziare più le cooperative che avevano cominciato dieci anni fa a impiegare detenuti nella ristorazione.

Con l'avvicinarsi del 15 gennaio, ultimo giorno di lavoro, anche Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà - Confcooperative, rilancia l'allarme sulla sorte delle cooperative e di un modello virtuoso: "Sebbene sia difficile oggi parlare di reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti - aggiunge Guerini - bisogna prendersi la responsabilità di farlo. Sono le esperienze, i fatti, a parlare sotto gli occhi di tutti. Un detenuto che impara un mestiere in carcere, è un criminale in meno che torna a delinquere al termine della sua pena. Lo stesso ministero di giustizia e il dipartimento amministrazione penitenziaria confermano che grazie al lavoro delle cooperative sociali il tasso di recidiva, cioè di ex detenuto che torna a delinquere, si abbatte dall'80 per cento a meno del 10 per cento".

Alle istituzioni la richiesta di una "assunzione di responsabilità e di distinguere le buone esperienze e prendere, con determinazione, le decisioni più adeguate. È come se dall'oggi al domani si decida di chiudere un'impresa d'eccellenza e mandare a casa oltre 200 lavoratori, detenuti che in carcere stanno cercando di ripartire, diventare pizzaioli, camerieri, cuochi. Solo qualche mese fa l'Italia per rispondere alla condanna della Corte per i diritti dell'uomo per le condizioni delle carceri valorizzava l'esperienza dell'inserimento lavorativo, adesso invece che estendere queste esperienze al resto del paese, le cancelliamo con un colpo d'ala, come se niente fosse".