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di Gianluca Mercuri

Corriere della Sera, 1 febbraio 2025

Giustizia come tema dominante, terreno di scontro, chimera eterna fatta di pezzi diversi come il mostro della mitologia greca: verità ideali e parziali, strumentalizzazioni presunte o effettive. Dopo la breve stagione in cui tutte le curve tifavano per lei, da più di 30 anni la magistratura è l’istituzione più divisiva, ciclicamente accusata di interferenze indebite (a volte anche da sinistra) e perfino di eversione (più spesso da destra). Ora sembra prossimo il cortocircuito. Tra le ambiziose e controverse riforme imbastite dal governo Meloni, quella della giustizia appare la meno condannata all’inconcludenza, anche se superare tutti gli ostacoli (l’opposizione dell’Associazione magistrati e di una parte del Paese che si presume non trascurabile) non sarà semplice.

In questo conflitto perenne, ogni spunto è una battaglia. Districarsi tra fatti oggettivi e propaganda non è semplice, anche perché gli eventi non danno tregua. Siamo ancora nel pieno del caso Almasri - il generale libico accusato di crimini contro l’umanità e ricondotto in patria, la successiva iscrizione dei vertici del governo nel registro degli indagati per “favoreggiamento” e “peculato” decisa dal procuratore capo di Roma Lo Voi, la veemente reazione della presidente del Consiglio - ed ecco che riesplode quello dei migranti trattenuti nei centri costruiti dall’Italia in Albania: ieri la Corte d’Appello di Roma non ha convalidato il fermo di 43 persone, rimandando ancora una volta all’atteso pronunciamento della Corte di Giustizia europea sulla validità delle norme varate dal governo italiano in materia di rimpatri. Il governo lo vede come l’ennesimo ostacolo indebito all’attuazione delle sue politiche, l’opposizione come la prova definitiva del fallimento del piano-Albania.

Ha detto Fiorenza Sarzanini a Otto e mezzo su La7: “Anche questo scontro era abbastanza prevedibile. La scelta del governo di spostare la competenza alle Corti d’Appello era evidentemente inutile, un ulteriore tassello di questa sfida.

Abbassare i toni? I toni non si potranno abbassare mai se la politica non smetterà di usare la giustizia come una clava, o come forma di rivalsa verso l’avversario o come forma di incitamento. Perché è chiaro che Meloni in questo momento sta sfruttando l’onda contro i magistrati, che in Italia vengono vissuti come quelli che vogliono condizionare la vita delle persone. Meloni sta guadagnando consenso, non a caso oggi ha postato che lei va avanti perché ha il consenso dei cittadini. La giustizia però è una cosa seria, è un’altra cosa, sfruttarla in questo modo è un danno per tutti”.

“Su Almasri bastava mettere il segreto di Stato ma la premier non l’ha fatto. Perché anche il caso Almasri è stato in qualche modo usato nella propaganda contro la Corte penale internazionale. Qui non c’era un ostaggio da scambiare - perché è chiaro che noi dovevamo riportare a casa Cecilia Sala, e bene ha fatto il governo a trattare con l’Iran, a liberare Abedini e a ridarglielo. Noi siamo ricattati dalla Libia perché se non davamo Almasri ci mandavano 100 mila migranti in più? Poniamo il segreto di Stato e glielo riportiamo. Metterlo su un aereo di Stato, con lui che arriva in favor di telecamera e viene rilasciato in trionfo, mi sembra troppo. Ma non credo che sia incapacità. Perché questo governo quando deve fare le cose bene le fa, come appunto nel caso Sala. Qui c’era da andare contro la Cpi, perché la Cpi non ha fatto arrestare Almasri - come secondo me poteva - in Germania, e ha aspettato che arrivasse in Italia. C’era insomma un’altra contrapposizione che si voleva evidenziare. Una settimana prima il ministro degli Esteri Tajani aveva detto che se Netanyahu venisse in Italia noi non lo arresteremmo, anzi gli daremmo l’immunità. È chiaramente una sfida alla Cpi. Ma noi della Cpi siamo fondatori. Allora usciamone”.

Scrive da parte sua Massimo Franco: “Il rumore di fondo non si placa. E ognuno tiene il punto, tra governo e magistratura. E in ritardo si fanno sentire anche le opposizioni, additando “il vittimismo” di Giorgia Meloni; e chiedendole di andare in Parlamento a spiegare il pasticcio del generale libico riportato nel suo Paese nonostante un mandato di cattura della Corte penale internazionale. Ma c’è molto di non detto, da parte di tutti. Forse perché non sempre è possibile guardare dentro l’intera area grigia che ammanta il principio di sicurezza nazionale, e operazioni coperte pure nel passato e con altri governi. L’impressione è che la vicenda di Osama Almasri sia diventata un caso solo per la sua gestione approssimativa e confusa (...). L’imbarazzo è palpabile, nonostante tanti aspetti ancora poco chiari. Ma alla fine rischiano di farsi male tutti, e di far male all’Italia. I sondaggi, al momento, tendono a premiare Giorgia Meloni”.

Proviamo quindi ad azzardare un paio di punti sui cui i lettori del Corriere possano accordarsi idealmente, a prescindere dai loro orientamenti:

1) Il governo ha fatto bene a rimpatriare Almasri, come aveva fatto bene a rimpatriare Abedini: lì si trattava di salvare un’italiana, qui di evitare che altri italiani in Libia diventassero a loro volta ostaggi, se non vittime di esecuzioni, e anche di scongiurare altre rappresaglie nella forma di nuove ondate di migranti organizzate ad arte. Perché bisogna ricordare senza ipocrisie - come ha fatto in questi giorni Goffredo Buccini qui e qui - che queste regole d’ingaggio con la Libia (tu mi trattieni i migranti, io ti pago e non guardo come lo fai) le ha stabilite nel 2017 un governo guidato dal Pd con un memorandum rinnovato nel 2020 dal governo Conte 2 e nel 2023 dal governo Meloni, che ha ereditato e condiviso l’impianto, replicandolo di fatto con l’Algeria. Tutte cose che le opposizioni sanno bene ma fingono di non sapere.

2) Il governo ha fatto male a non apporre il segreto di Stato sull’affare Almasri, cosa che avrebbe scongiurato qualsiasi inchiesta; a non assumersi in questo modo la responsabilità politica della scelta, perché di decisione politica si è trattato, come Giovanni Bianconi ha spiegato fin dall’inizio della vicenda; a non chiamare l’opposizione più responsabile a condividere il senso vero (e le radici profonde) di questa scelta, come nel caso di Cecilia Sala; ad approfittare dell’inchiesta avviata dal procuratore Lo Voi per cambiare discorso e scatenare una nuova polemica contro il presunto complotto dei magistrati di sinistra per rovesciare Meloni, con ciò fingendo che Lo Voi sia di sinistra quando ha tutt’altra storia, e poi usando contro di lui la macchina del fango attraverso il Tg1, insinuando che quella di Lo Voi sia una vendetta personale contro il sottosegretario Mantovano che gli ha tolto i voli di Stato, e così contraddicendo peraltro tutto l’impianto polemico (se è vendetta personale di un magistrato per niente “comunista”, non c’entra niente il presunto complotto “comunista”).