di Vincenzo Morgera, Silvia Ricciardi, Giovanni Salomone*
La Repubblica, 31 dicembre 2022
L’evasione di sette minori dall’Ipm Beccaria di Milano, per gli addetti ai lavori, è la cronaca di un fallimento ampiamente annunciato. Che non riguarda solo il Beccaria considerato che fughe e risse tra bande sono accadute anche negli Ipm di Nisida e Airola e accadono nelle comunità che accolgono minori dell’area penale.
Un fallimento dovuto anche al fatto che il modello degli Ipm come quello delle comunità non può reggere la presenza contemporanea di minorenni e giovani adulti (anche 25enni) in esecuzione pena. Un fallimento che trova una sua ragione nel disinvestimento nel welfare che negli ultimi anni è stato molto massiccio ed ha provocato precarietà e demotivazione tanto nel privato sociale quanto nel pubblico.
I modelli di contrasto ad un fenomeno che negli anni si è trasformato da “devianza minorile” in “criminalità minorile” non sono adeguati ad affrontare la complessità dei problemi e i cambiamenti che hanno trasformato la società e gli stessi minori che delinquono.
Dopo oltre trent’anni dall’entrata in vigore del Dpr 448/88, fiore all’occhiello della giustizia minorile del nostro paese che per il suo forte approccio garantista e tutelante ha portato alla creazione delle comunità come servizio centrale e alternativo al carcere per i minori in conflitto con la giustizia, bisogna fare un bilancio e apportare i necessari correttivi per continuare a dare un senso e un significato a questa rivoluzione incompiuta.
Una rivoluzione incompiuta specialmente nella nostra regione, dove la presenza forte della camorra si intreccia con l’annosa questione meridionale generando una emergenza che si autoalimenta proprio per la mancanza di risorse e di un approccio adeguato alla complessità del fenomeno. Una emergenza che non si può solo leggere in maniera deterministica con il paradigma della fragilità dei minori che ormai è anacronistico se si pensa che le figure degli scugnizzi, dei moschilli sono state sostituite dalle paranze al sud e dalle bande al nord.
Appare evidente, a chi proviene dal privato sociale e ha investito nel lavoro di comunità, che tutto ciò che abbiamo costruito in questi decenni, che pensavamo fosse stabile e duraturo, frutto del sudore di fatiche materiali e intellettuali straordinarie è stato attaccato dalla riduzione strutturale degli investimenti economici e dalla mancata innovazione dei modelli per affermare i diritti sociali e civili.
Questa mancanza di risorse, a cui progressivamente ci siamo abituati, ci ha ridotto, lo pensiamo autocriticamente, ad una resa silenziosa e passiva, mentre vi è una grande necessità di continuare ad essere anticipatori e soggetti attivi e partecipativi della vita pubblica. Per non esporsi ai rischi della generalizzazione e della banalizzazione bisogna chiedersi seriamente cosa non funziona e come va cambiata. Abbiamo assistito alle lusinghe della privatizzazione selvaggia e dell’efficientismo burocratico affaristico, parti di un modello che si è insinuato nel lavoro sociale e che ha, in parte, contagiato le stesse comunità che accolgono minori dell’area penale. Ci siamo arresi alle leggi del mercato dove la domanda crea l’offerta lasciando spazio ad una approssimazione che mortifica la competenza.
Ed è proprio in questi spazi di privatizzazione a basso costo che si inseriscono gli approcci selvaggi e condizionamenti di vario genere; è qui che è venuta meno una politica di vigilanza e controllo della qualità dell’offerta. L’esperienza di questi anni insegna che il lavoro sociale che si fa con i ragazzi dell’area penale non incrocia la responsabilità di tutti. Anzi, tutto si riduce ad una disputa tra garantisti e giustizialisti.
Come se queste fossero le uniche risposte per contrastare il fenomeno e aiutare i ragazzi. La responsabilità per i ragazzi, per le comunità e per le istituzioni è la parola chiave su cui costruire un percorso alternativo alla devianza. Una strada che richiede impegno e duro lavoro per superare difficoltà ed ostacoli che noi operatori di comunità conosciamo bene. Quando le istituzioni pubbliche di riferimento, deputate alla gestione dei minori dell’area penale, non affrontano la grave crisi adeguando le rette per il collocamento dei minori in comunità ferme all’entrata in vigore dell’euro, esse uccidono la speranza.
Se non si supera una collaborazione costruita sulla debolezza contrattuale delle comunità tutta orientata ai doveri con pochissimo spazio per i diritti dei lavoratori, si producono precarietà e insicurezza. La mancanza di tutele e garanzie ha innescato al nord come al sud una fuga degli operatori dal lavoro in comunità, con perdita di competenze e professionalità.
Quando non si sostiene e non si incentiva la sperimentazione e l’innovazione degli strumenti di intervento che superino il modello unico dominante puntando sulla competenza, la professionalità e la specializzazione dell’intervento per garantire ai ragazzi dell’area penale una concreta chance di recupero, si uccide la speranza. Se non si riconoscono e si sostengono le buone pratiche che costano sacrifici, si uccidono i sogni di chi crede nel lavoro sociale. Queste poche ma irrinunciabili cose le abbiamo imparate prima da cittadini e volontari e poi rafforzate da professionisti nelle diverse forme d’impegno civile sulla frontiera educativa dove operiamo.
Questo approccio professionale ed etico viene praticato nella solitudine di una rete istituzionale solo teorica. Pensiamo sia arrivato il momento di riempire questo vuoto con un dialogo culturale e scientifico, oltre che normativo ed operativo, sulle regole e sui regolamenti da applicare, sul riconoscimento dell’identità professionale degli educatori: una vera concertazione con la pubblica amministrazione per dare un segnale di cambiamento che tutti attendono e non è più rinviabile. *Gli autori sono membri della Associazione Jonathan










