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di Giuseppe Gargani

 

Il Garantista, 29 marzo 2015

 

Non si interviene sullo strapotere delle toghe. Innalzare le pene per la corruzione non è la via giusta e la prescrizione "infinita" è la negazione del diritto.

Il Governo italiano e per esso il presidente Matteo Renzi ritiene di aver completato la riforma della giustizia riducendo le ferie ai magistrati, modificando la legge sulla responsabilità civile e aumentando le pene per i reati di corruzione. E in più, avendo ottenuto dal Parlamento il primo sì alla "prescrizione lunga" che è come dire "l'abolizione della prescrizione", ritiene di aver risolto tutti i problemi.

Non si può che restare sbalorditi di fronte a questi approssimativi interventi del legislatore che dimostrano come la problematicità della giustizia sia incompresa o volutamente trascurata. Le nuove norme aggravano la situazione giudiziaria, rendono più difficile lo svolgimento dei processi e mettono in crisi le conquiste che negli anni si erano realizzate per garantire le libertà del cittadino. La citazione di un grande giurista come Carnelutti, che diceva che la democrazia di un Paese si giudica dalle leggi che regolano il processo penale, è stata fatta spesse volte, ma vale la pena ripeterla.

I quattro interventi citati tengono conto dell'emotività dell'opinione pubblica e per questo sono considerati necessari. È appena il caso di soffermarsi sulla riduzione delle ferie ai magistrati, che è un provvedimento di poco momento e di nessun significato. I magistrati debbono essere costretti non a stare in ufficio come impiegati, ma a scrivere le sentenze.

La apparente riforma della responsabilità civile non modifica la legge precedente se non per l'obbligatorietà dello Stato di rivalersi sul magistrato nel caso di accertate responsabilità per colpa grave; ma anche questo, che sembra un problema rilevante, è certamente indispensabile ma marginale e non risolve alcunché.

La responsabilità del giudice o del pubblico ministero deve essere istituzionale, cioè deve orientare il magistrato nell'esercizio della sua funzione, prima della sua decisione. Essere condannato al risarcimento del danno per colpa grave nell'esercizio delle funzioni è poca cosa quando si è determinato il danno. I meccanismi di controllo preventivi, la professionalità verificata, dovrebbero evitare che una persona perda la sua dignità per una indagine sbagliata o "azzardata".

Il problema è molto complesso e dovrebbe essere risolto con una "riforma" vera adeguata, capace di "regolare" il "potere" che i magistrati hanno accumulato in questi anni. Si tratta di una battaglia culturale e costituzionale che una politica molto debole ha difficoltà ad affrontare. Bisogna aprire un grande dibattito sul ruolo del giudice nella attuale realtà sociale, che è profondamente diverso da quello individuato dal costituente nel 1948, in Italia, in Europa e in altre parti del mondo. La classe politica non si è mai resa conto fino in fondo che questo "potere" anomalo dei magistrati non è compreso, ne gradito dal popolo, tant'è che il grado di fiducia nei confronti della giustizia è bassissimo.

È per questo che i magistrati chiedono legittimazione alla politica, che è costretta a dargliela, e chiedono protezione al Consiglio Superiore, attribuendogli una funzione anomala, cioè quella di garantire e appunto "proteggere"

la loro indipendenza. Non è questa per la Costituzione Repubblicana la funzione del Csm. La conseguenza è che la indipendenza può diventare irresponsabilità, il giudice assume le funzioni di fustigatore dei costumi nei confronti di un tessuto sociale corrotto e soprattutto nei confronti della politica corrotta e finisce per avere una funzione etica.

Questo enorme problema della democrazia moderna non si risolve con provvedimenti tampone come quelli messi in essere. L'aumento delle pene per i reati di corruzione è davvero risibile: qualunque giurista sa che l'ordinamento giuridico deve avere un'armonia e una logica nello stabilire le sanzioni, che non possono non essere "proporzionate", e sa che una pena "sproporzionata" non risolve il problema. La lotta alla corruzione deve essere fatta dalle istituzioni non con leggi esagerate. Né spetta ai magistrati, il cui compito importante e determinante è quello di reprimere il reato e stabilire le sanzioni adeguate, non quello di "lottare".

Siamo angosciati dalla devianza, dalla delinquenza organizzata e dalla corruzione, ma senza idee precise e senza un disegno generale modifichiamo le leggi e inaspriamo le pene, o creiamo carrozzoni come quello dell'anticorruzione, ma non risolviamo il problema. L'antico vizio italiano di fare leggi o "commissioni" per rispondere all'allarme dei cittadini di fronte a fenomeni di corruzione o devianza si perpetua senza alcuna novità. Per ultimo non si può non dichiarare con forza che aumentare oltre misura il termine per la prescrizione del reato è in disarmonia con lo spirito autentico della legislazione e determina maggiore lentezza nella conclusione dei processi. Ogni stato democratico ha un tempo limitato per perseguire i reati, per sanare cioè il vulnus che il reato ha determinato nella società. Un tempo illimitato fa aumentare l'incertezza delle indagini e della stessa legge, e rende senza significato pregnante qualunque sanzione. Il problema della Giustizia non è stato ancora affrontato e della "riforma" non si è cominciato a discutere.