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di Fausto Bertinotti

 

Il Garantista, 18 febbraio 2015

 

Il tema della guerra ha trovato in Europa un panorama politico devastato. In Italia in particolare. Un paese con la nostra storia politica si trova a essere orfano non solo della grande politica ma di un influente movimento pacifista. Le bandiere arcobaleno che avevano ricoperto finestre e strade delle nostre città sono state dimesse e spesso dimenticate.

Cos'è, quando c'è, un movimento pacifista? È una presenza potente, partecipata e popolare che forma un senso comune che costituisce una cultura e domanda una politica ambiziosa. In Italia ha affondato le sue radici in quell'articolo 11 della Costituzione che prevede per il nostro paese il ripudio della guerra. La marcia Perugia-Assisi ha testimoniato in molte occasioni l'emergere di questa cultura, fino a segnare la presenza di intere generazioni politiche sulla scena del paese.

Anche la politica-politica viene scossa da questi movimenti che a volte riescono persino a ridisegnarne la geografia, qualche volta anche grandi partiti storici segnati da una forte idea della disciplina interna, ne sono stati scossi, come quando nel 1991, di fronte alla prima guerra del Golfo, un gruppo di parlamentari guidati da Pietro Ingrao si ribellò al partito comunista italiano. Del resto, la coppia pace e guerra ha sempre segnato di sé la politica, proponendo ad essa drammatici ma significativi aut-aut.

Oggi non intravediamo nulla di tutto questo. È come se il pensiero unico, covato sulla economia e cresciuto sulla governabilità, avesse acquistato strada facendo una capacità pervasiva, tanto da toccare anche l'alternativa tra pace e guerra. Nel pensiero unico tutto viene ridotto a ridicoli e desolati dibattiti come quelli che siamo costretti ad ascoltare sulla Libia.

Come in un bar dove tutti i tifosi di calcio si scoprono allenatori per disquisire sulla tattica di gioco, così l'inabissarsi della politica porta in luce dilettantesche dispute tra politici che si mascherano da generali di complemento.

La guerra, considerata come una scelta a disposizione, conduce a cercare di capire se si deve fare con l'Onu o senza, come deve essere composta la compagine dei volenterosi, con quali missioni procedere - peacemaking, peacekeeping o peace-enforcement - e procedere per via aereo o per terra, e con quali tecnologie.

Dietro, lontana, oscurata, è la mozione - tanto radicale quanto di buon senso - del rifiuto della guerra. Ma adesso è derubricata. Con questa questione capitale .

Ma c'è una seconda questione che la politica dovrebbe affrontare. Non basta individuare la minaccia per la pace e la convivenza civile. Non basta avere una comprensibile preoccupazione, per resistenza propria e di un popolo per giustificare il ricorso alla guerra. Una minaccia alla sicurezza non è sufficiente per motivare una scelta securitaria. Non lo è all'interno di un paese quando, di fronte all'emergere di fenomeni di violenza, si invoca uno stato di polizia. Ma non lo è neppure nelle relazioni internazionali quando, di fronte a una minaccia che viene dalla guerra, si proponga di rispondervi con la guerra.

Ora l'unica cosa sicura che si può dire è che dal 1991 ad oggi tutte le guerre che l'Occidente ha intrapreso, per domare la minaccia esterna e per imporre la sua pace, sono state drasticamente falsificate, e in generale si può dire che le guerre dell'Occidente in questo ultimo quarto di secolo hanno sconvolto le realtà a cui si sono tragicamente applicate, generando oltre che distruzione e morte, rancori profondi e l'elezione, in tanta parte di quella popolazione, dell'Occidente a proprio nemico. Anche l'emergere di fondamentalismi religiosi, laddove non si manifestavano da lungo tempo, si può dire che abbia questa genesi.

La spirale guerra-terrorismo, che ha attraversato il passaggio tra gli ultimi due secoli, non ha visto il terrorismo sconfitto dalla guerra, bensì dalla guerra è stato sospinto a diverse rinascite. Oggi il terrorismo dell'Isis ci angoscia per la disseminazione di distruzione dell'umanità e per la sua oscena pubblicità. Ma la lezione dell'Afghanistan è insormontabile. Non si sconfigge il terrorismo colpendo un paese in cui quello pensa di radicarsi. Il terrorismo è per sua natura deterrorializzato.

L'Isis di Al Baghdadi non si propone di occupare la Libia, di farne il suo regno, ma di mimetizzarsi in quel territorio come in quello iracheno o siriano o in altro paese ancora. Tutti gli studiosi seri studiano, insieme alle linee di faglia del conflitto tra sciiti e sanniti, i conflitti tribale di interessi legati al petrolio che occupano territori dove è venuta meno una qualche unità statuale, e clamorosa è diventata la crisi di quelle classi dirigenti, spesso passate dall'autoritarismo alla scomparsa.

La Libia è uno dei teatri di questi conflitti che espongono i territori a ogni penetrazione. Tutto si può fare per ritrovare il bandolo della matassa tranne che presentarsi loro come una forza di occupazione.

Ma questa coazione a ripetere la guerra - e questa volta senza neppure l'illusione di essere una potenza risolutrice, e senza l'altrettanto nefasta illusione di esportare con la guerra la propria democrazia - è semplicemente impresentabile. Una vera idiozia. Se si assume la verità di una analisi del conflitto libico come quella che è venuto proponendo Lucio Caracciolo, allora bisognerebbe, al contrario di tutto questo, riscoprire le strade della politica.

Si dice "prima la diplomazia", ed è sempre meglio che dire "i tamburi di guerra". Ma è pur sempre poca cosa. La diplomazia è l'arte del mettere in relazione virtuosa, o almeno non distruttiva, le diverse forze in campo. Ma qui il problema più grande è quello di suscitare il protagonismo di nuove forze e di nuove culture.

Bisognerebbe cominciare dal Mediterraneo. Averlo dimenticato, in nome di un'Europa separata dal mondo, guidata dalla sua moneta e chiusa in una fortezza, peraltro assai precaria, è stato disastroso. Per contrastare i venti di guerra, devono risollevarsi le culture di pace, i dialoghi tra diverse sponde del mediterraneo, tra le civiltà che lo alimentano, tra le religioni che ne attraversano gli spazi pubblici.

Un movimento pacifista non è solo il pur necessario "no" alla guerra. È la mobilitazione di questa energia . Se si riprende questo filo che l'Italia in altri tempi ha, pur con limiti seri, saputo intrecciare con i fili che provenivano dalle altre civiltà che si affacciano sul mediterraneo, si possono porre le basi di una nuova cooperazione e di un nuovo modello di sviluppo in cui il ponte tra il nord e il sud del mediterraneo e la traduzione delle sue lingue possono costruire civiltà e sconfiggere le barbarie.

Anche la cooperazione economica, unica via strategica per affrontare nel medio periodo il grande e difficilissimo tema dell'immigrazione, potrebbe trovare le strade oggi impedite. Ci può essere bisogno di qualche intervento straordinario, non di guerra naturalmente, ma di un intervento delle Nazioni Unite dell'Europa per impedire fin dall'origine le imprese dei mercanti di schiavi e di morte.

È possibile fin d'ora immaginare una strategia concreta di contrasto ai mercanti di armi, veri grandi signori di questi drammatici teatri. Se si pensa alla mobilitazione di forze internazionali, questo dovrebbe essere il terreno di una ricerca e di una messa in opera. Altrimenti cosa ci stanno a fare le Nazioni Unite?