di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 23 aprile 2015
Si riscontrano disturbi post-traumatici, depressione, disturbi bipolari e compulsivi: eppure devono restare reclusi. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari - seppur con non poche difficoltà e ritardi - sono in via di chiusura, ma nelle carceri "normali" permangono molti detenuti con problemi psichici e non avranno mai nessuna struttura alternativa. Ma non solo.
La legge per la chiusura degli Opg contiene una norma la quale prevede che alcuni finiscano la pena detentiva in carcere. Esiste una perenne emergenza psichiatrica nelle carceri. Su questa stessa pagina si è data notizia di uno studio condotto dall'agenzia regionale di Sanità della Toscana, finanziata dal Centro Controllo Malattie del ministero della Salute.
L'indagine è stata condotta su circa 16mila reclusi delle carceri di Toscana Veneto, Lazio, Liguria, Umbria e dell'Azienda sanitaria di Salerno. Risultato? Oltre il 40% dei detenuti è risultato essere affetto da almeno una patologia psichiatrica, con differenze notevoli a seconda della regione considerata. I detenuti psichiatrici costituiscono una miscela esplosiva in un contesto di sovraffollamento.
Esiste un forte disagio perché si realizza una tortura ambientale; il carcere continua a essere la frontiera ultima della disperazione e dei drammi umani. Attualmente le carceri sono dei serbatoi dove la società senza eccessive remore continua a rinchiudere una marea di tossicodipendenti, di extracomunitari e di disturbati mentali. Prevalgono le persone appartenenti agli strati sociali più poveri, allevati sui marciapiedi e nei sobborghi delle città. In definitiva la carcerazione costituisce un'esperienza vitale altamente traumatizzante e può dar luogo a molteplici forme di patologia mentale prima ancora in fase di compenso.
Favorisce, in sostanza, la messa in atto del meccanismo della psicosi a causa dello scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio a causa dell'isolamento, a causa delle preoccupazioni legate all'inchiesta giudiziaria, a causa della paura. Ciò che la medicina penitenziarista riscontra con maggiore incidenza è il disturbo post-traumatico da stress, l'attacco di panico, la sindrome da separazione con riferimento particolare ai detenuti extracomunitari, le reazioni depressive, le crisi ansiose, il disturbo bipolare, il disturbo ossessivo-compulsivo, le crisi isteriche, i disturbi di personalità (borderline e antisociale), il discontrollo degli impulsi e le reazioni auto ed etero-aggressive.
Con la chiusura dei manicomi, non sempre sono state create delle strutture alternative in grado di ospitare gli ammalati, sicché molti soggetti con disturbi psichiatrici sono rimasti senza alcun controllo o rete di protezione, con la conseguenza di finire con estrema facilità nelle maglie strette della giustizia. Talora, invece, è il carcere stesso con i suoi ritmi ossessivi e con le sue abitudini a creare vere e proprie turbe psicopatologiche che in carcere acquisiscono una strutturazione solida e difficilmente curabile. Il suicidio in carcere è il gesto finale. Il malato di mente in carcere è detenuto due volte: dal carcere e dalla malattia.
Il malato di mente in carcere soffre le pene dell'inferno. Mentre il detenuto normale dopo un certo periodo riesce in qualche modo ad adattarsi alla vita carceraria, il detenuto malato di mente non ha questa capacità, perché la malattia di fatto rappresenta un grave ostacolo all'adattamento. Ma non solo: i detenuti psichiatrici sono coloro che subiscono più soprusi da parte delle guardie penitenziarie.
Notizia di ieri - pubblicata dal sito "identità insorgenti" e a firma di Ada Palma - è quella della lettera di denuncia da parte di Diego Norcaro, detenuto nel carcere di Poggioreale, e inviata di nascosto alla madre, Maria Rosaria Manfrellotti. Il ragazzo, per cercare di difendere i detenuti con disabilità mentale che si trovano richiusi, sarebbe stato pestato dalle guardie carcerarie. La donna ha chiesto aiuto all'associazione ex Detenuti, il cui presidente Pietro Ioia l'ha accompagnata per fare regolare denuncia ai carabinieri. Insieme si sono recati a Poggioreale dove Antonio Fullone, responsabile del
carcere, ha informato la donna che il figlio sta bene ed ha escoriazioni sul volto, simbolo di un pestaggio: è stata aperta, dunque, un'indagine interna per capire chi è stato l'aggressore. La donna non ha potuto vedere il figlio, perché il carcere era chiuso, ma gli è stato promessa una telefonata da parte del figlio, che è poi avvenuta.
Nella lettera ci sono scritte testuali parole: "Buongiorno sono un detenuto del carcere di Poggioreale, ristretto al padiglione Avellino nel reparto di alta sicurezza. Ora mi ritrovo nelle celle di punizione, perché per difendere la mia dignità umana, ho litigato con un assistente aggressivo e istigatore: ci sono più di 100 detenuti che possono testimoniare.
Pertanto nell'isolamento ho assistito a cose disumane, cioè a numerose aggressioni fisiche e morali verso detenuti che si trovano per stati psichiatrici, cioè persone malate e indifese che non sono in grado di fare male a nessuno, ma solo a loro stessi. Dopo 10 giorni stamattina ho avuto il coraggio di parlare per difendere questi detenuti e la risposta sono stato percosso fisicamente e ho ancora i segni sul volto". Gli Opg chiudono, ma ci sono tantissimi detenuti con disabilità mentale che permangono nelle carceri. Chi si occuperà di loro?










