di Renato Farina
Libero, 24 maggio 2020
A lui spetta l'azione disciplinare, ma zero accenni sulle interferenze della magistratura nella politica. Dov'è finito il Guardasigilli Alfonso Bonafede? In che ripostiglio si è nascosto? Nella stanzetta dei giochi a guardare i sigilli, come dice la parola stessa, e magari a lucidarli? Oppure sta incollando sull'album delle figurine Panini i ritagli del Fatto che lo esaltano come se fosse Brigitte Bardot?
Di certo non sta facendo quello per cui lo stipendio corre ogni mese nelle sue tasche, e che gli imporrebbe il giuramento solenne al Quirinale di rispettare la Costituzione. La poveretta, e ci si scusi l'ardire se la trattiamo come una persona offesa, ha addirittura dedicato al caro Alfonso il suo articolo 110, consacrato al Ministro della Giustizia (una volta si chiamava di Grazia e Giustizia, ma poi ha prevalso un certo pudore).
È il solo titolare di dicastero, salvo il presidente del Consiglio, ad essere citato nella Carta, reputandolo un cardine del sistema repubblicano. Gli assegna due compiti imprescindibili: l'organizzazione dei servizi della Giustizia e la titolarità dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Cominciamo dal primo dovere di Bonafede. Organizzazione dei Tribunali in tempo di Coronavirus? Trasferimento dei processi civili con connessioni web come fanno i maestri d'asilo con i loro bambinetti? Tutto bloccato. Gli studi legali rischiano il fallimento.
Bonafede assente e fallimentare. Soprattutto l'omissione d'atti d'ufficio si addensa sulla sua figura gogoliana, a proposito del secondo dei due compiti mancati: l'azione disciplinare. Per essere esercitata necessita di leggere e informarsi. Roba dura. Poi bisognerebbe pensarci su e decidere. Due cose ardue, inusuali per l'avvocato pugliese trasferito a quel posto con l'incarico non dichiarato di tutelare, abolendo la prescrizione, l'onnipotenza del partito dei Pm.
Pensare e decidere non era scritto sul suo contratto di assunzione, aveva solo da ricopiare e poi apporre il famoso sigillo a quanto già pensato e deciso. Altro che offendere qualcuno dei suoi mentori, ordinando al Csm di vagliare il comportamento etico di qualche magistrato, o - Dio non voglia - di un membro potentissimo del citato Sinedrio che dirige le carriere delle toghe. Come potrebbe deferire una gloria dei 5 Stelle come il pm antimafia Nino Di Matteo?
D'accordo. Ha appiccicato alla barba implume del suo ministro dei post-it con accuse da galera. Un minimo di onore imporrebbe che il Csm vagliasse la questione, se davvero Di Matteo abbia mentito a proposito della sottomissione di Bonafede ai boss, o abbia ragione Bonafede. Come si fa a delegittimare un eroe, o forse a rischiare che uno dei due resti sputtanato a vita?
E così il Csm (ammesso che ne abbia la volontà) resta lì come un pesce bollito, perché non può muovere una matita senza un provvedimento, un timbro, un sigillo, riecco il famoso sigillo, che da Alfonso andrebbe sì guardato ma qualche volta usato, tolto dalla formalina, perché in fondo dà nome e giustificazione allo stipendio del suo titolare.
Niente. Bonafede è sparito. Che sia rimasto soffocato dalla mascherina che si è incollato sulla bocca al Senato martedì dopo il suo intervento di accorata difesa delle proprie chiappe? In questi giorni è venuto a galla, nel mondo sulla cui disciplina dovrebbe vigilare il ministro, ogni genere di rottame e brandello di pinne e squame.
(1) Lo scontro sottomarino tra i pescecani della magistratura era cosa arcinota da mesi, ma ultimamente a fior d'acqua sono risalite intercettazioni coinvolgenti ermellini di lusso, i quali restano dove sono, silenti e impenitenti come la statua del Commendatore.
(2) È emerso che le toghe tra loro discutono con tranquillità, persino per iscritto, tanto sono sicure che nessuno le toccherà, di quale sia il metodo migliore per ingabbiare Matteo Salvini. Alcuni riconoscono che, bloccare le navi cariche di clandestini fuori dai porti da parte dell'allora ministro dell'Interno, sia stata pura obbedienza alla legge. Altri berciano il contrario. Al centro delle dotte considerazioni da giureconsulti non è mai il dilemma su quale sia il modo per tutelare il diritto, ma che cosa sia utile a danneggiare il politico che detestano. Imparzialità saltami addosso. Democrazia fatta a polpette dai denti aguzzi di questi cannibali della giustizia.
(3) La commistione e i giochi di potere non sono una prerogativa dei capoccia di questa o quella fazione di magistrati: in questa partita entrano non come testimoni di fatti occulti, ma come protagonisti ed armi improprie firme importanti del giornalismo italiano.
Abbiamo indicato un bel po' di questioni dove magari reati non ce ne sono, ma qualche domanda se tutto sia a posto secondo i codici deontologici ci viene. E la risposta a naso è che l'onore della magistratura, e con essa la credibilità del sistema vada a catafascio. E il ministro che fa, si nasconde?
L'ultima tranche di intercettazioni da Cavallo di Troia (Trojan), che per noi non dovrebbero esistere, sono comunque molto istruttive sulla tossicità dell'inchiostro versato da penne di ormai dubbia verginità. Al punto che, togliendo a Libero l'esclusiva delle sue nobili delazioni, il presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Verna ha annunciato che segnalerà il caso al consiglio disciplinare.
Troppo zelo, forse. Però ci auguriamo che un pizzico di questa acribia si infili nelle narici di Bonafede, facendolo starnutire e lo svegli, perché in questa storia di Trojan i giornalisti sono piccole comparse meschine e gelose una dell'altra, ma al centro della scena c'è un sabbah di toghe dove a bollire nel pentolone come vittima sacrificale è la buona fede dei poveri cristi in attesa vana di giustizia.










