di Mario Rusciano
Corriere del Mezzogiorno, 6 luglio 2025
A chi giova sfiduciare la Magistratura per ragioni politicoideologiche? Forse al Governo che non esita a farlo? Eppure, se qualche sfiducia nella Giustizia esiste già tra gl’italiani, è dovuta anzitutto alla lentezza dei processi, non sempre imputabile ai soli Magistrati. Da molto tempo il più grave problema della Giustizia è la “organizzazione”, che tocca al Governo risolvere adeguandola secondo l’esigenza mutevole degli uffici giudiziari: quantità di magistrati, impiegati amministrativi e strutture.
Soprattutto nel Mezzogiorno le carenze d’organico si fanno sentire eccome. Dalle nostre parti infatti - tra alta densità di popolazione, anarchismo diffuso, analfabetismo (non solo politico) e dispersione scolastica - bisogna fronteggiare: microcriminalità, criminalità organizzata e forte litigiosità dei cittadini con gran numero di processi civili.
Non parliamo della barbara condizione delle carceri. Invece sulla giustizia l’unica priorità del Governo è la “separazione delle carriere” dei giudici. Ossessionato com’è dall’antica ideologia berlusconiana (all’epoca non infondata) dell’intollerabile protagonismo dei Pm. Ormai superato dall’opportuna “distinzione delle funzioni”: giudicanti e inquirenti non possono più scambiarsi facilmente i ruoli; ma, nell’interesse dell’imputato, rimane la “cultura della giurisdizione” del Pm. Insomma è interesse generale che entrambe le funzioni appartengano all’unica giurisdizione indipendente.
Sorprende perciò l’ennesima reazione del Governo - specie del Ministro Nordio, ex Magistrato - al “parere” sulla cosiddetta “legge sicurezza”, emesso dal “Massimario della Cassazione”. Nordio conosce benissimo quest’Ufficio della Suprema Corte - non giurisdizionale, composto da “giudici di merito” - che da sempre svolge una duplice funzione di studio e di ricerca. Scrive le “massime” delle sentenze (sintetici riassunti delle decisioni dei giudici); e, a richiesta della Corte, scrive “relazioni tecniche” su determinate leggi d’impatto rilevante: in materia sia civile sia penale. Ne chiarisce la portata e ne orienta l’interpretazione dopo lo studio di giurisprudenza e dottrina. La scomposta reazione politica della destra a un parere tecnico destinato ai giudici e non vincolante è allora incomprensibile. C’è il sospetto che la relazione tecnica d’un ufficio della Corte sia per il Governo un’utile occasione di scontro con la Magistratura per portare acqua al suo mulino. Ma forse, prima d’arrivare allo scontro, Nordio potrebbe valutare con più attenzione e sagacia le leggi che propone.
Mentre assistiamo alla crisi della democrazia liberale - basata sull’autonomia dei tre poteri (legislativo; esecutivo; giudiziario) - uno scontro del genere non può che condurre in un vicolo cieco. Tra l’altro, essendo già sbiadita la distinzione tra “potere legislativo” e “potere esecutivo” - perché di fatto il legislativo è appiattito sull’esecutivo da quando il Parlamento si limita ad approvare, colla fiducia, i decreti del Governo - è pernicioso lo scontro fra Governo e Ordine giudiziario. Questo infatti, quale potere autonomo e indipendente, è insostituibile: chi altri potrebbe amministrare la giustizia? Dunque screditarne la funzione, oltre a minare alla base l’equilibrio tra poteri dello Stato, crea preoccupante disordine sociale. Col rischio che gente sprovveduta si faccia giustizia da sola.
Intanto, nello screditare i giudici per eventuali decisioni sgradite, il Governo trascura i cittadini: che, alla fin dei conti, della democrazia sono i protagonisti, titolari della sovranità popolare. E se per un verso non tutti si sentono tali - circa la metà degli aventi diritto non va a votare - per un altro verso tutti non possono sfuggire alla giustizia. O perché litigano tra loro rivolgendosi alla giustizia civile o perché litigano con lo Stato rivolgendosi alla giustizia amministrativa e via dicendo. Come pure chi commette reati va giudicato dalla giustizia penale.
Perciò il Governo - pur precisando, bontà sua, che non tutti i Giudici sono “cattivi” - dà un pessimo esempio ai cittadini: diffida dei Giudici e li accusa di formare “corpi politicizzati”, che complottano contro le politiche governative ostacolandone l’azione. A parte la falsità dell’assunto, è un atteggiamento assai grave che induce i cittadini a non credere nella giustizia.
Ma purtroppo la “separazione delle carriere” è un “totem” venerato dalla destra. Che s’ostina a voler riformare la Costituzione e, pur di raggiungere l’obiettivo, dimentica la millantata semplificazione. Prevede così un apparato pletorico di governo dei giudici: due Consigli superiori - uno dei Magistrati giudicanti, l’altro degl’inquirenti - e un’alta Autorità disciplinare che - finalmente - punisca gli uni e gli altri quando sbagliano (ad avviso di chi?). Speriamo non si arrivi, come molti temono, a una Magistratura sottomessa al Governo o addirittura al paradosso d’uno Stato senza giudici di cui fidarsi.











