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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 1 marzo 2015

 

Hanno preso carta e penna, hanno aperto il portafoglio e hanno comprato mezza pagina del Corriere della sera. Non gliela volevano pubblicare, perché diceva così: "Il Parlamento ha finalmente approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.

Oggi finisce l'impunità di una casta che si è macchiata più volte per imperizia, colpa grave e dolo di errori che hanno causato la morte di innocenti colpiti da provvedimenti ingiusti. Ringraziamo il governo Renzi che ha proposto questo disegno di legge. Da oggi l'Italia è più libera e le vittime di una casta incapace di punire - attraverso la sedicente sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura - gli artefici dei più gravi soprusi, sono più sollevate nel loro dolore".

La pagina, uscita con difficoltà, e solo dopo che gli autori del testo avevano sollevato il Corriere da ogni responsabilità, è firmata da Piero e Paolo Broglia, due fratelli gemelli, imprenditori del vino di Gavi, famiglia liberale un tempo impegnata nel settore tessile. Due teste dure piemontesi, abituati alla cultura del pensare e del fare, più che a quella dell'apparire, tanto che hanno rifiutato, in seguito alla pubblicazione, commenti e interviste, loro chieste un po' da tutti gli organi di informazione.

"Quel che avevamo da dire, l'abbiamo scritto", lapidari. Piero Broglia è stato mio collega in Parlamento. E, come me e tanti altri, "uno del novantaquattro", ha fatto parte del primo "gruppo giustizia" di Forza Italia. Ci credevamo davvero e avevamo le idee molto chiare su quel che si doveva fare, nella prima legislatura della Seconda Repubblica.

Uscivamo dal biennio in cui erano saltate le regole dello Stato di diritto e un'intera classe politica di governo con cinque interi partiti si era lasciata "suicidare" dall'intervento di una magistratura la quale, spesso violando leggi e procedure, si era assunta il ruolo di personificare il Bene in lotta con il Male. Salvando solo l'unico partito "puro", quel Pci-Pds che pure si era finanziato illegalmente come gli altri. Noi avevamo individuato subito quali fossero i punti da colpire: l'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere, l'uso della custodia cautelare, il Csm, l'uso mediatico delle inchieste e la sovraesposizione dei pm.

Per non parlare del doppio binario, con la giustizia di serie B nei processi di mafia: nessuno di noi era favorevole all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario, una vera forma di tortura all'occidentale. Piero Broglia aveva una fissa: la responsabilità civile dei magistrati. Mi dava il tormento perché io, che ero presidente della Commissione giustizia della Camera, avevo messo all'ordine del giorno prima la responsabilità disciplinare.

Avevamo ragione tutti e due, naturalmente. Ma, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, non si riuscì più a portare a termine quasi niente. Inoltre i nostri alleati, con la nobile eccezione di un gruppo di avvocati di An, come Enzo Fragalà e Alberto Simeoni, non erano proprio campioni di garantismo. Del primo "gruppo giustizia" di Forza Italia facevano parte il liberale Alfredo Biondi, ministro guardasigilli e il suo sottosegretario Memmo Contestabile, brillante avvocato milanese, di provenienza socialista.

Poi c'era Tiziana Parenti, Presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, unico magistrato del gruppo, la quale non solo aveva invano tentato, da Pm del pool milanese, di inquisire il Pci-Pds (ed era stata cacciata), ma, benché avesse indossato la toga, la pensava esattamente come noi sulle carriere dei magistrati e i principi dello Stato di diritto. C'era poi Vittorio Sgarbi che, benché Presidente della Commissione cultura, era sempre pronto alle battaglie sulle giustizia.

Ovviamente c'erano tutti i radicali, da Emma Bonino a Marco Taradash. Perché ritengo importante ricordare chi erano "quelli del novantaquattro"? Non per fare un inutile amarcord né per dire che eravamo più bravi (ma insomma, è anche un po' così) dei parlamentari che si sono poi succeduti negli anni, ma anche per sfatare il mito degli intellettuali, dei professori e di tutti quelli, compresi tanti esponenti politici della prima repubblica, democristiani e socialisti, che sono arrivati dopo, quando Berlusconi ormai aveva vinto ed era molto più facile andare in soccorso del trionfatore.

Non è vero che nel 1994 Berlusconi - come in tanti dicono oggi - avesse selezionato meglio la classe dirigente perché aveva candidato Colletti, Pera, Melograni, Mathieu, Marzano o Vertone. Loro sono arrivati dopo due anni, con la "Convenzione liberale" creata da Marco Taradash (ne ricordo la nascita, al ristorante "Da Alfredo").

Berlusconi aveva selezionato meglio perché aveva trovato persone che avevano scommesso su di lui quando tutti lo irridevano, persone che ci credevano, che avevano entusiasmo e non avevano sostenuto Di Pietro negli anni precedenti. Gente che riteneva quello della giustizia il primo problema del nostro Paese. Gente come Piero Broglia, che non ha mai cambiato idea e che oggi è "costretto" a ringraziare un governo di sinistra per esser riuscito, sia pure con una certa timidezza, a fare una nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati.