sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giacomo Urbano*


Il Fatto Quotidiano, 2 novembre 2019

 

In questi giorni, è in discussione alla Camera dei deputati il ddl costituzionale denominato "Norme per l'attuazione della separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura". Se fosse approvata questa netta distinzione degli ambiti ordinamentali, organizzativi e disciplinari, determinerebbe la fine della magistratura costituzionale così come la conosciamo, esempio di equilibrio e garantismo unico nel mondo occidentale.

Il senso di questo decalogo, se si vuole generalista, sentimentale, nostalgico, è quello di dare voce alle ragioni del No, con la convinzione che di certo questa riforma non porterebbe a un migliore assetto della giustizia penale né a una maggiore qualità della giurisdizione. Ecco quindi alcuni buoni motivi per opporsi alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Il pm non è l'avvocato dell'accusa, la sua azione tende unicamente a raggiungere la verità processuale nell'interesse della collettività, perciò è una parte imparziale, senza essere un ossimoro. Pm, giudice e avvocato sono tre uomini in barca, quella di Jerome K. Jerome.

La separazione delle carriere è il primo passo verso un'altra magistratura, non sappiamo quale. O forse sì. Pensare che il giudice sia appiattito sul pm significa non conoscere gli uffici giudiziari e le statistiche di definizione dei procedimenti e dei processi, che invece dicono tutt'altro.

Esiste già una netta separazione delle funzioni che rende poco praticabile il passaggio dall'una all'altra, con limiti territoriali e temporali significativi di cui nessuno parla mai. Se la separazione serve a rendere il Giudice più distante dal pubblico ministero e ancora più terzo, ciò vuol dire che quel giudice è semplicemente non autorevole e non professionale. E continuerà a esserlo, anche da separato.

È passato il tempo delle battute degli anni 90: "studia figliolo, studia, sennò da grande farai il pm", ma è passato pure il tempo in cui i pm andavano in tv a fare proclami. E non si regolano, oggi, i conti del passato. La separazione non determinerebbe un processo più giusto ma al contrario solo un pm più forte e fuori controllo perché affrancato dal limite della giurisdizionalità del suo agire. Se ancora, nonostante tutto, ci sono avvocati che chiamano giudici i pm ci sarà un motivo. E non per un lapsus.

Non si può essere separati in casa. E pm e giudici abitano sotto lo stesso tetto, quello del dubbio e della giurisdizione. Il pm, quando il Giudice entra in aula, si alza e quando parla al Giudice lo fa in piedi. Con la separazione non ci sarà più un sostituto procuratore che, come Rosario Livatino, dopo aver chiesto la condanna di un imputato, ascoltando l'arringa del difensore cambierà idea e replicando ne chiederà l'assoluzione. E poi alla fine in fondo, a ben pensarci pm e giudici sono separati già, perché ognuno di loro nel silenzio della camera, di consiglio o non, sta solo sul cuore della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.

 

*Sostituto procuratore Santa Maria Capua Vetere