di Gian Luca Favetto
Venerdì di Repubblica, 27 marzo 2015
Un uomo, in uno stanzone disadorno, beve da un bicchierino di plastica. Tira giù tutto d'un fiato. Con l'altra mano impugna un contenitore trasparente su cui è scritto: Terapie Pz. Una pozione terapeutica. È la medicina quotidiana. Dietro di lui, un vecchio ragazzo corpulento aspetta la sua dose. In primo piano si intravede la mano guantata di un infermiere. È un'immagine, un frammento di tempo che si ripete ogni giorno a Castiglione delle Stiviere, provincia di Mantova, in uno dei sei Ospedali psichiatrici giudiziari. Per gli addetti ai lavori, Opg. In Italia esistono ancora.
Per pochi giorni, però. Dal primo aprile chiudono tutti: quello di Castiglione e quello di Aversa, quello di Napoli e quello di Reggio Emilia, quello di Montelupo Fiorentino e quello di Barcellona Pozzo di Gotto. Hanno sostituito i manicomi criminali e adesso chiudono anche loro. È sicuro. Quasi. Già nel 2012 erano stati aboliti, ma poi sono stati tenuti in vita due volte con una proroga. Ora, spariscono definitivamente, salvo poi vedere quanto si impiega a sostituirli con i Rems, le Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria previste dalla legge. Saranno almeno un paio di strutture in ogni regione ad accogliere i 704 internati degli Opg, quelli che, incapaci di intendere e di volere, etichettati come pazzi, hanno commesso un reato grave.
"Ho trovato di tutto lì dentro" spiega Max Ferrero, autore di un reportage nelle carceri della follia, un residuo di Ottocento nell'Italia di oggi. È un lavoro fotografico realizzato fra giugno 2014 e gennaio 2015 in quattro dei sei Opg italiani: Reggio Emilia, Montelupo, Castiglione e Aversa. "Dovevo trovare un leader che si facesse fotografare per primo" racconta. "Il suo esempio, poi, convinceva gli altri. In genere è facile individuarlo, basta trovare il più grosso o il più tatuato. A Reggio Emilia, per esempio, l'ho trovato subito: un body builder con uno sguardo di pietra, che ha fatto il buttafuori nelle discoteche, la riscossione crediti e il giocatore di calcio fiorentino.
E poi ne ho trovato un altro, che ha trasformato il suo corpo in un manifesto pieno di scritte, disegni e cicatrici". A Montelupo ha incontrato un ragazzo con un teschio tatuato su tutta la schiena. "Mi ha chiesto di fotografare i suoi tatuaggi. Non mi hanno aperto la cella, dicevano che era troppo violento. Ho infilato un attimo la macchina fra le sbarre, ma la guardia mi ha portato subito via. A colpirmi è stato il vuoto intorno: immenso. La cella era abbastanza grande, aveva solo un letto e il senso di soffocamento era totale". Dice Antonella Tuoni, direttore penitenziario da vent'anni e dal 2011 responsabile della struttura di Montelupo.
"Da questa esperienza mi porto a casa un'intensa consapevolezza umana. Ho avuto anche l'opportunità di cambiare positivamente la vita delle persone qui dentro. Quando sono arrivata, c'era ancora la contenzione. Negli Opg ci sono esseri umani con grandi sofferenze, appartenenti spesso ad aree della marginalità, con situazioni familiari problematiche, relegati dalla società in luoghi lontani dagli occhi, veri non-luoghi, perché rappresentano il fallimento del nostro stato sociale. Gli Opg sono lo spaccato più drammatico di quello che è chiamato pianeta carceri, usando un'espressione che tende ad attribuire al carcere un carattere di extraterritorialità, come fosse un pianeta marziano, ma non lo è".
È parte del nostro mondo. Parte di noi. Più facile capirlo a Castiglione delle Stiviere, Opg non carcerario, diverso dagli altri che dipendono dal Ministero della Giustizia. Fondato nel 1939, funziona come una struttura sanitaria dell'Azienda ospedaliera di Mantova. È quello con più ospiti e con una sezione femminile: 156 uomini e 64 donne. "Ho trovato gli sguardi dei ricoverati meno spenti" racconta Ferrero.
"Ma è stato più difficile il lavoro. Le persone sembravano avere più coscienza di sé, di ciò che avevano fatto, e non avevano voglia di parlare, né di farsi fotografare. Qui si muovono liberamente, non ci sono guardie carcerarie, né sbarre. Ci sono un parco, una piscina, il campo da pallavolo, quello da tennis, il campetto da calcio. Sembra una comunità. È il prototipo di ciò che, dalla prossima settimana, dovrebbero essere le nuove residenze". Conferma Andrea Pinotti, ex primario di Psichiatria nel Basso mantovano, da un anno direttore di Castiglione: "Siamo il superamento già attuato delle Opg, sin dalle origini. Più della metà dei nostri pazienti lavora con uno stipendio.
Abbiamo anche un teatro, una palestra, un laboratorio di tipografia, di sartoria, di pittura, di falegnameria e restauro. Ogni stanza ha il suo bagno. Siamo una struttura di eccellenza per la psichiatria forense. Ed è per questo che nei nostri spazi, da aprile, funzioneranno sei Rems con 120 posti a disposizione. Siamo come un ospedale specialistico che lavora in sinergia nel territorio". Quella degli Opg è una popolazione divisa in due, e non in base alla gravità dei reati. Ci sono i più anziani, con i classici disturbi bipolari, le psicosi, le forti depressioni.
Poi ci sono i gravi disturbi di personalità legati all'abuso di sostanze, e in questi casi l'età è sempre più bassa. "Aversa è il luogo dove le persone mi hanno raccontato di più le loro storie" ricorda Ferrero. "Ho trovato uno che ha spaccato la testa al padre, un serial killer che ha segato almeno un paio di donne, uno che ha mangiato la madre e uno che è entrato e uscito quattro volte, perché appena lo trasferiscono in comunità rifiuta le medicine e ridiventa violento. Ho scelto il bianco e nero per concentrare l'attenzione sulle luci e sulle forme, senza la distrazione dei colori, per poter misurare la dimensione alienante degli spazi". Il risultato è un viaggio al di là dello specchio, in una normalità assurda, dove il tempo sospeso ti riflette e ti imprigiona. Quello che vedi è una sofferenza disorientata. Per allontanarla non basta chiudere gli occhi. Continua a respirarti addosso. E il suo alito è dolore e violenza.










