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di Benedetta Tobagi

 

La Repubblica, 29 aprile 2021

 

Questo percorso, lento ma fermo, che culmina con gli arresti in Francia, non è solo per le vittime. È per tutti coloro che all'epoca non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica.

Sette ex terroristi rossi arrestati, finalmente, decenni dopo i gravi delitti per cui sono stati condannati in via definitiva, e altri tre sono in fuga. Le foto segnaletiche vintage che riempiono i principali siti d'informazione sembrano davvero fantasmi del passato e suscitano domande scomode: che significato hanno questi arresti tardivi, dopo così tanto tempo, dopo che gli interessati hanno smesso da lungo tempo di delinquere? È davvero giustizia o una tardiva vendetta contro gente che si è rifatta una vita?

Siamo uno strano Paese, indubbiamente, in cui la storia del terrorismo resta perennemente impigliata nella cronaca anche perché i tempi della giustizia sono spesso abnormi. In questi giorni è cominciato davanti alla Corte d'Assise di Bologna un nuovo processo per la strage di Bologna del 1980, lo stesso anno dell'omicidio del dirigente Renato Briano e del generale Enrico Galvaligi, per cui sono condannati all'ergastolo alcuni dei Br arrestati.

Chi ricorda le macchie di sangue sui marciapiedi e il bollettino quasi quotidiano di ferimenti e omicidi della fine degli anni Settanta, come pure chi è stato colpito direttamente dal terrorismo, nella carne o negli affetti, ha provato sollievo e anche soddisfazione. Ma questo pezzetto di giustizia, pur tardiva, che finalmente si compie è per tutti i cittadini, non solo per le vittime e i sopravvissuti.

Medica infatti una ferita che puzzava di arbitrio, discrezionalità, favoritismi, compromessi politici, ipocrisia. L'anomalia non sono gli arresti, ma la persistenza irragionevole della dottrina Mitterrand, il fatto che ci siano voluti tanti anni, e tanti sforzi, per sbloccare la situazione (risale al 2002 l'intesa con la Francia di arrestare i terroristi condannati per fatti di sangue). L'anomalia è il drappello di intellettuali francesi, che - portandosi dietro fette insospettabilmente ampie di opinione pubblica d'Oltralpe - trattano gli ex terroristi di casa nostra come poveri perseguitati politici, travisando in modo vergognoso la nostra storia e il contenuto dei processi, e ostentando di ignorare le ormai abbondanti ricostruzioni storiche. Nonostante il loro beniamino, l'ex terrorista dei Pac, poi scrittore, Cesare Battisti, dopo essere stato arrestato, li avesse già sbugiardati tutti, clamorosamente.

Sono stati, e sono ancora tanti, coloro che cercano di travisare la realtà dei fatti, di negare, o sminuire, la realtà storica del terrorismo brigatista; coloro che non vogliono una piena chiarificazione su queste pagine di storia. Non a caso, a vagheggiare amnistie e "pacificazioni" (per chi? tra chi?) a partire dalla fine degli anni Ottanta furono, accanto ai leader dell'eversione di sinistra, esponenti di spicco del potere democristiano, che si mostravano fin troppo ansiosi di lasciarsi alle spalle quegli anni e di non andare troppo a fondo nelle pagine più torbide di quella stagione, dal caso Moro al sequestro Cirillo. Gli arresti di mercoledì 28 aprile puntellano gli sforzi di chi, al contrario, cerca chiarezza.

Una giustizia che compie il proprio corso è un tassello indispensabile per mantenere, o ricostruire, un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. La certezza della pena tiene fermo il principio che la legge è uguale per tutti, e laddove c'è stato uno strappo violento ci devono essere riconoscimento, sanzione e riparazione. La verità deve essere riconosciuta, insieme alle responsabilità e deve avere le conseguenze previste per legge. L'eventuale misericordia - in forma di attenuanti, arresti domiciliari, benefici di legge e quant'altro - può esercitarsi solo dopo.

La storia e il profilo della ministra Cartabia sono un'ulteriore garanzia che questa vicenda così delicata sarà gestita con misura ed equilibrio, senza tracimare (era giusto e sacrosanto l'arresto di Battisti, ma fu vergognosa la passerella mediatica che accompagnò il suo sbarco in Italia).

Nel tumulto degli anni Settanta, milioni di italiani fecero politica in modo non violento, con le manifestazioni, la disobbedienza civile, le battaglie processuali, le inchieste e la controinformazione. Usando il corpo, la voce e l'intelligenza, anziché le P38. Perché mai, dunque, dovrebbero uscire indenni e veder cancellate le proprie condanne gli ultimi di quei pochi (nell'ordine di alcune migliaia, tra terroristi e fiancheggiatori, anche se i morti furono tantissimi, e i danni collaterali enormi), proprio perché erano pochi, che scelsero la più antidemocratica delle strade, la clandestinità, le armi e il terrorismo, l'intimidazione del "colpirne uno per educarne cento"? Questa giustizia, lenta ma ferma nel chiedere di compiersi, non è solo per le vittime, è per tutti coloro che all'epoca non deragliarono, sopportando la fatica e le frustrazioni della pratica democratica. Giustizia, non vendetta.