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di Edmondo Bruti Liberati

La Stampa, 7 maggio 2024

La lentezza della giustizia ci costa uno o due punti di Pil ogni anno: così qualche giorno addietro il Ministro Nordio. Una quantificazione spesso ripetuta, in realtà priva di ogni riscontro da parte degli analisti economici, ma è certo che la lentezza delle nostre procedure incide sulla competitività del nostro paese. Concentrarsi sul recupero di efficienza del nostro sistema giustizia? Sulle difficoltà incontrate dal processo civile e dal processo penale telematico, sulla drammatica carenza di personale tecnico informatico, anche quello di base, mentre tanto si parla di intelligenza artificiale e di giustizia predittiva? Macché! Grandi riforme costituzionali: Pm separati dai giudici, un Csm diviso in sezioni oppure due Csm, sorteggio, temperato o secco, dei componenti magistrati e così via.

E infine ritorna, con magniloquente denominazione, l’Alta Corte Disciplinare, nelle varie proposte declinata in versione M, L, XL, XXL: giudice disciplinare al posto della ben più modesta attuale “Sezione disciplinare del Csm”, giudice disciplinare per tutte le magistrature, includendo Tar, Consiglio di Stato, Corte dei conti, e ancora giudice del ricorso contro tutte le decisioni del Csm.

Tali e tante sono le proposte da più parti avanzate nel corso degli anni che occorre attendere, se vi sarà, una formulazione precisa. Ma sin da ora si può andare al nodo della questione: preteso lassismo della gestione disciplinare del Csm. È un luogo comune che si prende il lusso di eludere il confronto con i dati statistici. Si trovano, molto dettagliati per il 2023 e confrontati a tutto il decennio precedente, nella Relazione del 25 gennaio 2024 del Procuratore Generale della Cassazione liberamente accessibile. Nel 2023 vi sono state 15 condanne di cui 2 alla rimozione. Si devono aggiungere 5 decisioni di non doversi procedere per dimissioni o pensionamento anticipato, spesso motivati dalla volontà di sottrarsi al procedimento disciplinare. Le assoluzioni sono state 20 per insussistenza dell’illecito disciplinare o per scarsa rilevanza del fatto. Una percentuale “fisiologica” di assoluzioni (a meno che per il giudice disciplinare non debba valere il principio di accogliere tutte le richieste dell’accusa), condanne severe se in 7 casi complessivi gli incolpati sono usciti dalla magistratura.

E ancora. Nel 2023 il Ministro della Giustizia ha promosso 1/3 dei procedimenti disciplinari, mentre per 2/3 l’iniziativa è stata del Procuratore Generale presso la Cassazione. Eppure il Ministro, cui la Costituzione attribuisce in via primaria la iniziativa disciplinare, dispone della imponente massa di informazioni delle relazioni del suo Ispettorato. Lassismo della politica?

Il rigore del sistema disciplinare italiano è attestato non solo dai rapporti annuali che prendono in considerazioni gli Stati membri del Consiglio d’Europa, ma soprattutto dal raffronto con i dati del Conseil Supérieur de la Magistrature francese. Tra i sistemi giudiziari europei quello francese è il più vicino al nostro e il numero dei magistrati è pressoché simile. Il Rapport d’activité 2023, ultimo disponibile, indica per l’anno precedente 9 decisioni per i magistrati, due assoluzioni, una rimozione e sei sanzioni di diverso livello; per i pubblici ministeri presi in esame cinque casi, quattro non luogo a procedere e una di rimozione dalla funzione di procuratore. Nessun serio osservatore che conosca la realtà della magistratura italiana e di quella francese si azzarderebbe a sostenere che il livello professionale e deontologico della nostra sia nettamente inferiore.

Tutto si può criticare del nostro Csm, ma almeno confrontarsi con i dati. Vi è poi un approccio di fondo sbagliato. In nessun corpo professionale si penserebbe di promuovere professionalità e deontologia a suon di sanzioni disciplinari, piuttosto che in formazione iniziale e aggiornamento continuo. Ma “Alta Corte” suona così bene che il banale confronto con i dati e con le esperienze di altri paesi e di altre professioni diviene superfluo.