di Antonio Mattone
Il Mattino, 30 marzo 2015
Domani dovrebbe essere messa la parola fine sull'esistenza degli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia. Nonostante permangano dubbi e incertezze sulla effettiva possibilità di dimettere gli oltre 700 internati presenti nei sei istituti dislocati nella penisola e sulle modalità con le quali verranno affidati ai dipartimenti di salute mentale, questa volta sembra che non ci saranno ulteriori rinvii sulla data di chiusura stabilita, come invece era avvenuto in passato.
Tuttavia, esistono nel nostro Paese altri detenuti per cui non è prevista alcuna prospettiva di uscita dal loro status di internato, né effettiva, né presunta. Sono ex-carcerati rinchiusi nelle Case di lavoro e nelle Colonie agricole che, nonostante abbiano pagato il debito con la giustizia, restano in prigione perché ritenuti pericolosi socialmente e sottoposti a misura di sicurezza.
Una condizione del tutto simile a quella degli internati psichiatrici che può essere protratta nel tempo senza date finali certe, finché il giudice di sorveglianza non ritiene cessata la pericolosità sociale. Si tratta per lo più di tossicodipendenti storici, di persone con problemi di salute mentale e persino di malati di Aids.
Esistenze logorate dalla droga, da malattie e dalla durezza della vita in carcere, che hanno commesso ripetutamente reati, non necessariamente gravi e che per questo sono entrati e usciti più volte dalle galere. Umanità derelitte e problematiche che sono considerate "scarto" anche dal sistema carcerario e che possono arrivare al reinserimento sociale solo attraverso il lavoro.
Ma nella realtà lavoro non ce n'è. Così i periodi di internamento successivi al carcere diventano per lo più mesi e anni di parcheggio e di ozio, senza occupazione lavorativa e attività tratta mentali, con una grande incertezza sul futuro. Eppure in tutta Italia gli internati presenti in queste strutture sono un numero abbastanza esiguo, circa 300 che, con interventi di lieve entità potrebbero essere avviati a percorsi di reinserimento facendo così cessare questa sorta di segregazione.
Il fatto sorprendente è che di questi quasi cento provengono dalla Campania, lo stesso numero degli internati di questa regione che sono attualmente ricoverati in Opg. Da cosa dipende questo stato di fatto? Una magistratura di sorveglianza troppo sbrigativa, una diffusa disgregazione sociale con la mancanza di reti socio assistenziali, una piccola delinquenza irrecuperabile che caratterizza il nostro territorio?
È difficile dirlo. Quello che è certo è l'assenza dì proposte per abolire questo regime di semi-reclusione per sostituirlo con altre forme di reinserimento, come comunità di accoglienza dedicate, misure di sicurezza applicate nella libertà vigilata eseguite nei territori di residenza e non in Istituti tanto spesso lontani dal luogo dove queste persone vivono.
Nella Casa lavoro di Vasto sono recluse 160 persone. Di queste solo una ventina sono impegnate in attività lavorative al di fuori del carcere, mentre altre trenta fanno piccoli lavoretti all'interno, alternandosi per brevi periodi in modo da poter impiegare a turno tutti. Il progetto di creazione di una sartoria che farebbe lavorare un numero significativo di internati stenta a decollare, lasciando tanti senza lavoro e senza pena.
Nicola è uscito da qualche mese dal carcere di Vasto, abita da solo al centro storico di Napoli nella vecchia casa della mamma che nel frattempo si è trasferita dalla sorella in un comune dell'hinterland napoletano, ma lui non può andare a trovarla perché ha l'obbligo di dimora in città. Era tra i pochi fortunati che aveva una occupazione all'esterno del carcere ed ora saltuariamente lavora in una fabbrica che produce suole per scarpe, "Speriamo che duri - mi dice - sai, c'è la crisi". È quasi senza denti ed ha il cruccio della figlia che deve fare la prima comunione e lui non ha la possibilità di regalarle una festa. Ci sono voluti anni di dibattiti e di appelli di Forum e Comitati e non da ultimo il lavoro della Commissione parlamentare per arrivare alla chiusura degli Opg.
Ci auguriamo di non dover attendere una eternità per mettere fine anche a quello che è considerato l'ultimo retaggio dell'"ergastolo bianco" del nostro sistema giudiziario. Anche perché il giudizio dell'Europa sulla condizione di disumanità delle nostre carceri è solo sospeso. E la situazione degli internati nelle Ca-
se di lavoro non aiuta a chiudere le procedure di infrazione dì Strasburgo, né ci fa onore.










