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di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 13 giugno 2022

Eventuali nuove modifiche al Senato riaprirebbero il conflitto nella coalizione di governo e allontanerebbero il via libera. Lo spettro del voto di fiducia, che il governo vuole.

Chiusa la parentesi referendaria, la riforma della giustizia ricomincia il suo faticoso cammino in Parlamento. E quali saranno gli effetti del fallimento della consultazione popolare a trazione leghista lo si vedrà da oggi al Senato, quando scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti al testo approvato dalla Camera.

Il voto a Montecitorio sulla riforma cosiddetta Cartabia (che in realtà è il frutto di ulteriori mediazioni e innesti imposti dai partiti della maggioranza, rispetto al testo predisposto dalla ministra) risale al 26 aprile, è stato trasmesso a palazzo Madama il 4 maggio e da allora s’è fermato tutto, proprio in attesa dei referendum: un eventuale avanzamento della discussione, o addirittura l’approvazione del testo, avrebbe reso ancora più superflui i quesiti proposti agli elettori, in almeno tre casi su cinque. Di qui la scelta di aspettare altri quaranta giorni, fino a oggi.

Ora che l’attesa è finita, si tratta di vedere se il fallimento dei referendum agevolerà o renderà ancora più arduo l’iter della riforma. L’incognita sta essenzialmente nel comportamento dei partiti che puntavano sul voto popolare per “una vera riforma della giustizia”, come da slogan salviniani. Che faranno ora in Parlamento? Nonostante i 328 sì raccolti alla Camera (contro gli appena 41 no), da quella stessa sera sono cominciati gli annunci di ulteriori modifiche al Senato. Che inevitabilmente riaprirebbero conflitti all’interno della coalizione di governo e allontanerebbero ancora il via libera definitivo: esattamente ciò che la Guardasigilli, e con lei il premier Draghi, vuole evitare. Anche perché c’è una scadenza alle porte, l’elezione del prossimo Consiglio superiore della magistratura che dovrebbe avvenire con le nuove regole. I togati avrebbero dovuto votare a luglio, l’appuntamento potrebbe slittare a settembre, ma c’è comunque la necessità di fare in fretta se non si vuole prolungare l’esistenza dell’attuale Csm, già duramente screditato dallo “scandalo Palamara” e altre vicende.

Nelle ultime settimane, causa campagna elettorale, i contatti tra i partiti si sono interrotti, e solo oggi si capirà che aria tira. Tuttavia la Lega aveva già avvertito con la senatrice Giulia Bongiorno che le modifiche varate alla Camera “non riescono a incidere sui nodi cruciali del Csm, per questo proporremo correzioni al Senato”. E il presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama Andrea Ostellari, esponente del Carroccio nonché relatore, aveva messo in guardia da ogni tentativo di “mettere il bavaglio a uno dei due rami del Parlamento”. Come dire che il Senato non avrebbe accettato il ruolo di passacarte.

La Lega insiste sulla inefficacia della riforma elettorale del Csm, il punto più discusso e più urgente, ma anche altri partiti di governo (e referendari) potrebbero puntare i piedi. Ad esempio Forza Italia, che pure ha ottenuto di ridurre a una la possibilità di cambiare funzioni tra giudice a pm; una quasi separazione di fatto delle carriere inseguita da uno dei quesiti abortiti nelle urne. Infine c’è l’incognita renziana. Negli ultimi mesi Italia viva s’è mostrata il partito più agguerrito su questa materia, e alla Camera s’è astenuto giudicando “inutile” la riforma. Un modo per tenersi le mani libere in Senato, dove l’ex premier che non perde occasione per attaccare il sistema giudiziario (anche in qualità di imputato tramutatosi in accusatore dei pm che vorrebbero trascinarlo in giudizio) può giocare personalmente la sua partita.

Davanti a questo scenario la ministra attende di conoscere la nuova collocazione dei partiti, dopo averli più volte richiamati a rispettare gli impegni presi; ad esempio quando applaudirono a lungo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che nel discorso di re-insediamento richiamò per l’ennesima volta la necessità di approvare con sollecitudine la riforma del Csm che lui stesso presiede. Era il 3 febbraio, più di quattro mesi fa. Per tutto questo periodo, fino alla sospensione delle trattative in vista dei referendum, è rimasto sullo sfondo lo spettro della questione di fiducia che metterebbe le forze di maggioranza di fronte alle proprie responsabilità senza perdere altro tempo, mettendo sul piatto la sopravvivenza stessa del governo. È la minaccia dell’arma letale che i partiti e lo stesso esecutivo vorrebbero evitare, ma più volte è stata evocata di fronte all’impasse. Ora che non c’è più nemmeno il pretesto della scadenza referendaria, nessuno può escludere che torni ad esserlo in presenza di nuovi ostacoli o rinvii.

Proprio per evitare questo scenario Cartabia aveva coinvolto pure i senatori nell’elaborazione del testo approvato dalla Camera. Dove sono state introdotte quelle modifiche che hanno spinto i magistrati allo sciopero contro la riforma: un mezzo fallimento per la scarsa adesione, che rappresenta l’altra faccia del flop referendario; un’altra variabile nella disputa che da oggi si riapre in Parlamento.