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di Carmelo Caruso

 

Panorama, 12 marzo 2015

 

I sei ospedali psichiatrici giudiziari avrebbero dovuto essere soppressi per legge anni fa, poi nel 2014. Ora la data è stata fissata al prossimo 31 marzo, quando forse saranno sostituiti da "residenze". Paradossalmente i primi a diffidarne sono i reclusi e gli stessi operatori, che protestano: "Non abbiamo gestito dei lager". Per dimostrarlo, ci hanno spalancato le porte dell'istituto messinese di Barcellona Pozzo di Gotto.

Impazziscono in prigione e rinsaviscono in manicomio. Non è un lager e non si applica la tortura, nel carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, a pochi chilometri da Messina, "il più grande d'Italia, e sicuramente, in passato, il più affollato d'Europa" suggerisce Nunziante Rosania, direttore dal 1989, un fisico da gigante buono che ci ha vissuto dentro per anni. È questa la casa modello di cui può vantarsi il nostro sistema penitenziario, l'eccezione alla crudeltà delle galere. "Non è stato un carcere, ma un luogo spazzatura, una discarica molto visitata. Politici ne sono venuti, ne vengono sempre, come se questo fosse un giardino zoologico" rimprovera il direttore.

A volte anche Rosania dice di sentirsi in proroga come questi ospedali (attualmente sono sei in Italia) sempre chiusi per legge ma sempre riaperti per decreto, oggi vicinissimi alla futura estinzione, già prevista per il 1 ° aprile 2014, ma poi posticipata al

31 marzo 2015 per l'ennesima impreparazione di Stato e Regioni. E infatti proprio le Regioni hanno chiesto di procrastinare la chiusura nel 2017. "Ma questa volta gli Opg chiuderanno" ha fatto sapere Roberto Calogero Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap. Oggi gli internati in tutta Italia sono 722, di questi 476 possono essere dimessi. E come sempre avviene nella transizione che anticipa la

scomparsa, i manicomi giudiziari sperimentano la felice armonia di fine epoca, A Barcellona la malattia sembra finalmente evasa dalla struttura, tanto che il direttore deve quasi ricordare che questo ospedale resta un carcere, con i suoi quattro padiglioni protetti da mura di cinta e da pesanti cancelli smaltati di blu fresco, il blu della canzone: "È venuto anche Domenico Modugno a farci visita, quando era già segnato dalla malattia. Veniva anche quella splendida voce siciliana, Rosa Balestrieri, a cantare e visitare il cognato che aveva strangolato la sorella della cantautrice".

Lungo i cortili si annusa il sonno impastato di medicine, ma è autentica la serenità emanata dagli alberi di limoni e mandarini che fanno adesso ombra a un detenuto a colloquio. Qui i familiari possono entrare tre volte a settimana, spiega il sovraintendente di polizia Vito Fazio, ancora provato dal verdetto severo che espresse la commissione parlamentare guidata nel 2011 dall'allora senatore Ignazio Marino: "Disse che qui c'era un olezzo nauseabondo. Lei lo sente l'olezzo?".

Ora i padiglioni sprigionano profumo di sapone grazie a Salvatore Casalnuovo, detenuto, 26 anni, di Termini Imerese: "Resistenza a pubblico ufficiale, tentato omicidio. Oggi mi occupo di pulizie in carcere. Sogno la comunità". Salvatore esibisce un foglio che invece lo obbliga a restare, una bocciatura che qui chiamano "stecca" si appella per far rivedere il giudizio, testimonia la sanità; "Sono pronto, è arrivato il momento. Mi mandi via, mi mandi, la prego".

Il direttore dice che il momento del congedo si comprende facilmente: "Solo nell'ultimo anno sono andati via in 240". Oggi a Barcellona gli internati sono 16S e di questi solo 18 hanno commesso omicidi, altri sono impazziti in carcere e li hanno spediti qui a guarire, altri ancora sono detenuti per piccoli reati, come Paolo che nel 1993 simulò una rapina con il dito in tasca, una rapina di 7 mila lire. È rimasto qui vent'anni, da dimesso bussa e chiede di rientrare.

Ci sono stati anche dei simulatori? "Eccome. Erano i mafiosi che si facevano internare per ottenere gli sconti di pena. Qui sono stati rinchiusi Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Frank Coppola, il boss Stefano Bontade, il figlio di Nitto Santapaola, ma c'è stato anche il primo vero pentito di mafia, Leonardo Vitale" dice Rosania, che parla di "grande armistizio", il momento più triste di questa istituzione perché "fu un'utilizzazione spuria e l'ospedale mostrò tutta la sua inadeguatezza".

Ma adesso, nel padiglione numero 8, che ospita 80 detenuti, si riconosce solo la pancia gonfia del criminale solitario e non dell'affiliato. I visi sono tutti unti e affaticati sotto i soffitti bassi e caldi, anche se rinfrescati dal vento, da queste parti chiamato "cavaliere", che si insinua e che penetra nelle stanze e per i letti, sei per stanza, sformati dai corpi, E tutti hanno occhi stravolti e saettanti come quelli di Salvatore Nunnari, sicuro dell'uscita: "Ho picchiato mia moglie, mia sorella. Ma ho capito. Ormai c'è la cura".

La cura che ha soffocato i deliri, erede del Largactil, primo psicofarmaco, è deposta nei bicchierini che custodisce Maria Grazia Saporiti, che staziona nell'ambulatorio. "Gli psicofarmaci ci hanno dato una grossa mano, ma non hanno risolto il disagio mentale. C'è della mitologia intorno al loro utilizzo. In realtà alcuni detenuti non vengono sottoposti a cure farmacologiche di quel genere" precisa Rosania che invece duella con i guasti del vero carcere: "Cirrosi, problemi respiratori e cardiovascolari", E indica Mejri Sani, romeno ricoverato già tre volte in un ospedale civile da quando è arrivato in Sicilia, un uomo dal corpo butterato: "Mi chiamano Rambo. Tentato omicidio. Questi segni me li sono fatti con una lametta in carcere a Lecce".

Tutti gli internati portano rosari al collo che distribuiscono con prodigalità le suore, e sui capezzali ci sono gli ex voto, immagini di santi e madonne. E tutti escono dalle celle al passaggio del direttore, sciamano come api, vengono in processione, pretendono la carezza salvatrice, come un giovinetto con gli stessi battetti degli ambulanti del Bangladesh che picchettano gli incroci. "Si chiama Saiful Mehdi: è lui che nell'agosto 2011 ha ucciso il senatore Ludovico Corrao. Teme la chiusura dell'ospedale e l'ingresso in comunità, qui si è creato una nicchia" rivela Rosania.

Saiful era il fedele servitore che amava Corrao: il domestico del senatore-avvocato-sindaco che una mattina d'agosto ha sgozzato con un coltello da cucina l'ultimo dei bizzarri siciliani, il politico che aveva rifatto a suo modo Gibellina, il conte dalle mille vite e dalle mille arti. "L'anno prossimo finirà in comunità" prevede il direttore, uomo incuriosito dal futuro di queste istituzioni: "Parliamo di ospedali che andavano chiusi negli anni Novanta. Le accuse che ci ha rivolto la commissione Marino sono servite a ricordarne l'esistenza. Dobbiamo giungere a piccole strutture con del personale più specializzato e trattare finalmente i detenuti come pazienti. A volte penso che si voglia sostituire il luogo, non il metodo".

Ed è lo stesso timore che a chilometri di distanza esprime il professor Giandomenico Dodaro, che insegna diritto penale alla Bicocca di Milano: "Per la magistratura sono state soluzioni sbrigative, per i dipartimenti di salute mentale un carico troppe volte declinato solo per paura. C'è stata una mancanza di solidarietà tra giustizia e medicina". Eppure è forse merito di questo egoismo istituzionale e di questo interregno se, a Barcellona Pozzo di Cotto, si è potuta costituire la cooperativa Astu che ha dato un lavoro ai detenuti. È gestita dall'architetto Carmelo Puliafito, con officine di falegnameria, una piccola squadra di lavoratori edili e di ottimi fabbri.

Ed è ancora la provvidenziale impreparazione che ha reso possibile l'esperimento ambizioso, un reparto di custodia attenuata organizzato da Tommaso Bucca, da 17 anni in servizio nel carcere.

Bucca fa vedere la primavera struttura che dovrebbe sostituire il carcere giudiziario, la Rems, Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, dove i detenuti si muovono senza secondini, osservati solo da due infermiere, e che è gestita dai reclusi stessi. Si avvia così a chiudere e spegnersi l'unico carcere che funziona, il fortunato esperimento nato malgrado la dimenticanza e la tiepidezza del mondo di fuori.