di Errico Novi
Il Garantista, 22 marzo 2015
Il premier ha pagato pegno con lupi. La ricevuta: scagionato il padre, che era stato preso in ostaggio. Ora forse un ministero per Gratteri. Forse neppure si rende conto di essersi cacciato in un vicolo cieco.
Certo è che il siluramento di Lupi rischia di mettere il premier in una complicata posizione sul tema giustizia. Adesso è stato creato un "mostro", Lupi appunto. Anche grazie al carico da novanta dell'appartenenza a Comunione e Liberazione. Ma soprattutto, con questo killeraggio Renzi e i suoi hanno esposto l'intero Ncd alla gogna mediatica.
Adesso, si dà il caso che il partito di Angelino Alfano sia il contrappeso anti-forcaiolo del governo. Il Nuovo centrodestra è schierato in modo chiarissimo in tutti i provvedimenti che chiamano in causa le garanzie processuali. Ha avuto un ruolo chiave sulla responsabilità civile: è stato Giovanardi a proporre un emendamento sulla responsabilità contabile che ha reso effettivo l'obbligo di rivalsa sui magistrati che sbagliano. Ora gli alfaniani sono in trincea sulla prescrizione, di cui l'aula di Montecitorio discuterà martedì: chiedono di attenuare alcune norme per evitare che certi reati di corruzione "sopravvivano" per oltre un quarto di secolo. Cosa succederà se il Pd desse spazio alle istanze dell'alleato centrista? Se avvenisse, i renziani rischierebbero di auto assegnarsi la patente di complici del malaffare, vista la demonizzazione di Lupi e, per estensione, di tutto il suo partito.
Il Pd rischia insomma di dover assumere un profilo ultra-giustizialista. Se non lo fa, cade nella trappola che esso stesso ha approntato. Di fatto, si è messo nelle mani delle Procure. Della magistratura che, come dicono gli alfaniani arrabbiati, decide chi deve restare in piedi e chi va abbattuto. E questa autoconsegna di Renzi ai giudici rischia di provocare addirittura l'assegnazione del ministero che fu di Lupi a qualche pm.
L'altro ieri il premier ne ha incontrato uno con cui da tempo intrattiene un rapporto controverso, Nicola Gratteri. Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gratteri presiede una commissione nazionale istituita a Palazzo Chigi per proporre riforme nel campo dell'Antimafia. Si è allargato un po' e ha partorito un disegno in 130 articoli che abbraccia vari aspetti della materia penale, e che quasi rende superflua l'esistenza del ministro della Giustizia "ufficiale", Andrea Orlando.
Renzi ha sondato la disponibilità di Gratteri ad assumere l'incarico di ministro delle Infrastrutture. Si tratterebbe di una carta di riserva, in realtà. La prima scelta del premier era Raffaele Cantone, che ha declinato. E comunque, al momento, prima di Gratteri c'è in pole position Graziano Del Rio.
Un fedelissimo grazie al quale si potrebbe evitare lo spacchettamento del ministero, e cioè il trasferimento a Palazzo Chigi della Struttura di missione sulle Grandi opere (l'ex regno di Ettore Incalza). Certo, le Infrastrutture nelle mani di Del Rio esporrebbero lo stesso premier a rischi giganteschi. Ogni ombra sulla gestione degli appalti, degli incarichi, ogni scelta per le direzioni dei lavori sarebbero contestate direttamente al Capo del governo. È il tarlo che corrode Renzi in queste ore. Ed è uno degli aspetti più evidenti del ginepraio in cui si è cacciato.
È vero che a poche ore dalle dimissioni di Lupi Renzi incassa subito un bel risultato: la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Genova nei confronti di suo padre Tiziano. Ma c'è poco da stare allegri. Se il tenore del tacito patto tra il presidente del Consiglio e la magistratura arriva fino al punto da riflettersi nella clemenza che quest'ultima riserva ai familiari di Renzi, le cose (per Renzi stesso) rischiano di mettersi malissimo. Addio garantismo, in ogni caso: il Pd può scordarselo. C'è un conto da saldare subito e riguarda la prescrizione. L'ultima fase delle votazioni sarà trasmessa in diretta tv dalle 14.30 di martedì.
Renzi non potrà fare alcuna concessione alle richieste garantiste dell'Ncd. E anzi, il "no" quasi inevitabile dei deputati alfaniani sul provvedimento che allunga i tempi dei processi rischia di essere per la maggioranza la prima vera certificazione della crisi. Che i margini di manovra siano praticamente azzerati per i dem, lo chiarisce il presidente del Senato Pietro Grasso. Il quale durante la marcia di "Libera" a Bologna dice che con il ddl anticorruzione, di cui è primo firmatario, ha "piantato una bandierina".
E aggiunge: "Cercheremo di andare avanti e di far sì che queste norme non vengano annacquate per renderle assolutamente non efficaci". Ecco: se l'Ncd riuscisse a piazzare emendamenti garantisti, l'ala forcaiola del Pd parlerebbe subito di annacquamento. E Renzi a quel punto capirebbe definitivamente di essere senza via d'uscita.










