sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Donatella Stasio

 

Il Sole 24 Ore, 23 gennaio 2015

 

Superati i termini per il decreto che avrebbe sostituito il carcere con i domiciliari per reati fino a 5 anni. Il testo, inviato a Palazzo Chigi a dicembre, è stato bloccato di fronte agli attacchi di Lega e opposizioni contro le misure sul carcere. Allo studio una riscrittura della legge.

Frenare, rinviare, far decantare. Almeno fino a dopo l'elezione del Presidente della Repubblica e dopo l'approvazione della "particolare tenuità del fatto". Raccontano che sia "solo politica" la ragione che ha indotto il governo a non esercitare la delega per l'introduzione delle "pene detentive non carcerarie" - reclusione e arresto domiciliare - che il giudice avrebbe potuto applicare direttamente con la condanna per reati oggi puniti con il carcere fino a 5 anni.

E che avrebbe risolto il problema del sovraffollamento delle prigioni. Una svolta storica della politica penale, era stata giustamente definita la legge delega n. 67/2014, voluta dall'ex ministro della Giustizia Paola Severino, approvata da questo Parlamento il 2 aprile dell'anno scorso, entrata in vigore il 17 maggio e portata a Strasburgo dal governo Renzi come ulteriore prova tangibile della volontà politica di eliminare il sovraffollamento, imboccando, al contempo, la strada della decarcerizzazione.

Entro otto mesi dal 17 maggio, il governo avrebbe dovuto tradurre i principi della delega in un articolato da inviare al Parlamento perii prescritto parere (non vincolante). Ma non lo ha fatto. Il termine è scaduto sabato 17 gennaio e il decreto non è stato approvato dal Consiglio dei ministri. Eppure il testo era pronto da settembre: 10 articoli frutto di mesi di lavoro della commissione presieduta dal professor Francesco Palazzo insediata al ministero della Giustizia, che si è occupata anche degli altri due decreti previsti dalla delega, su depenalizzazione e "tenuità del fatto".

Anche per quest'ultimo il termine scadeva il 18gennaio (mentre per la depenalizzazione ci sono ancora sei mesi) ed è stato rispettato. Non così per le pene alternative. Non si conoscono le ragioni ufficiali di questa imbarazzante marcia indietro su un punto qualificante dell'azione del governo. Lunedì scorso, nella sua relazione alle Camere sull'amministrazione della Giustizia, il guardasigilli Andrea Orlando non ha detto nulla. Né qualcuno, tra deputati e senatori, gli ha chiesto nulla. Dallo staff del ministro fanno solo sapere che il testo del decreto è stato inviato a Palazzo Chigi il 16 dicembre ma da allora, nonostante tre Consigli dei ministri, non è passato.

"Valutazioni di opportunità politica", spiegano, escludendo marce indietro. Anzi - e a Palazzo Chigi lo confermano - la Giustizia ha già chiesto al ministro dei Rapporti con il Parlamento di presentare un emendamento, in sede di conversione del decreto mille proroghe, con cui riproporre la delega scaduta.

A bloccare il decreto non sarebbero state ragioni tecniche, anche perché da settembre c'era tutto il tempo per eventuali correzioni. Piuttosto, il governo ha ritenuto di far decantare - tanto più in questo momento politico-istituzionale - il clima di attacco sferrato dalla Lega e da altri partiti di opposizione contro le misure sul carcere adottate finora e, più di recente, contro il decreto sul l'archiviazione per "tenuità del fatto", bollato come "depenalizzazione di gravi reati" o "colpo di spugna".

Non è un bel segnale. Se il governo avesse dato seguito alla delega sulle pene alternative, avrebbe eliminato nel giro di un mese il sovraffollamento, fonte principale (ma non unica) di quella carcerazione inumana e degradante a causa della quale l'Italia resta "sotto osservazione" a Strasburgo. Secondo calcoli effettuati al ministero risalenti asci mesi fa, con l'entrata in vigore della riforma la popolazione carceraria sarebbe diminuita di 14.054 unità e il totale dei detenuti (da mesi attestati a quota 53.600) sarebbe addirittura sceso al di sotto della capienza effettiva delle prigioni (45.135 posti).

Tutto ciò - e non è irrilevante - senza conseguenze negative sulla sicurezza collettiva poiché i destinatari delle nuove norme (per lo più detenuti con 2 o 3 anni ancora da scontare) sarebbero transitati dal carcere ai domiciliari, quindi non sarebbero tornati in libertà. Ma l'attuazione della delega sarebbe stato soprattutto il segnale concreto - il più importante di tutti - di un'inversione di tendenza della politica del diritto penale.