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di Salvatore Padula

 

Il Sole 24 Ore, 12 aprile 2015

 

"Credo sia arrivato il momento di mettere all'attenzione del Parlamento un pacchetto organico di revisione della giustizia che non lasci fuori niente". Obiettivo ambizioso quello annunciato nel febbraio 2014 da Matteo Renzi.

Era il discorso al Senato per il voto di fiducia, il 24 febbraio dell'anno scorso, con la chiara volontà di superare 20 anni di stallo e di scontro ideologico sul tema giustizia. Vent'anni durante i quali la politica aveva trovato proprio tra gli articoli e i commi dei Codici, specie quelli penali, il suo (in)naturale terreno di battaglia.

Renzi, nella stessa occasione, aveva indicato il punto di approdo di questa revisione: un sistema capace di dare certezza del diritto; di non creare inquietudine né agli investitori, italiani e stranieri, né agli operatori del diritto.

A che punto siamo arrivati, 14 mesi dopo quella dichiarazione programmatica? Il "pacchetto organico di revisione della giustizia" lanciato dal premier esiste. Lo scorso 30 giugno il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha presentato i 12 punti perla riforma del sistema giudiziario. Riduzione dei tempi della giustizia civile, taglio dell'arretrato sempre nel civile, accelerazione dei tempi del processo penale, riforma delle intercettazioni e cosi via.

Il cammino per l'approvazione dei 12 punti è stato avviato: molti provvedimenti hanno cominciato il loro iter parlamentare, alcuni sono già arrivati al traguardo, finale o parziale. Ma e evidente come in molti casi si tratti di un cammino ancora lungo e incerto. Quasi a voler ricordare che scrollarsi di dosso quei 20 anni di scontri ideologici sul tema giustizia non sarà cosi semplice.

Eppure se si prova ad abbandonare per un attimo l'approccio del "corpo organico" di provvedimenti di riordino - dalla giustizia amministrativa all'ordinamento giudiziario - allora questi 14 mesi non sembrano proprio essere trascorsi inutilmente. I testi già approvati e quelli prossimi ad esserlo sono sotto gli occhi di tutti.

Si potrà dire che questa modalità di procedere a piccoli passi rischia di compromettere l'unitarietà del progetto. Il che è vero, anche se non si può non notare che almeno in due ambiti - quello della giustizia civile e quello della politica carceraria, dove si vede chiaramente l'obiettivo di prevedere il carcere solo nei casi estremi - qualche indizio di organicità si può intravedere.

Sul civile, per esempio, pur in attesa del riordino annunciato con la revisione del codice di procedura e con il faro dello slogan "Un anno per il processo in primo grado", emerge chiaramente il tentativo del ministro Orlando di dare più forza alle forme alternative per la risoluzione delle controversie: mediazione, arbitrati, negoziazione assistita.

Un percorso reso possibile anche grazie al rapporto che il ministro è riuscito a ricostruire con l'avvocatura (non altrettanto è accaduto con la magistratura, dove le ferite aperte a partire dalla polemica sulle ferie dei giudici e poi dalla legge sulla responsabilità civile sono tutt'altro che rimarginate). Si potrà anche dire che, specie nel penale, le soluzioni proposte rischiano di risentire del fattore emotività e finiscono per diventare la risposta scomposta a questa o quella emergenza. Naturalmente, c'è del vero in questa affermazione, ma nessuno può negare che una riforma dei reati contro la pubblica amministrazione fosse urgente se è vero, come proprio alcuni giorni fa abbiamo segnalato sul Sole 24 Ore, in carcere per corruzione propria ci sono in tutto 226 persone.

E nessuno può ignorare come in molti casi si tratti di cambiare rotta rispetto a interventi legislativi del passato, spesso maldestri, con tutto quello che ciò comporta in termini di confronto politico; spesso anche nella stessa maggioranza, dalla prescrizione dei reati al falso in bilancio: in entrambi i casi, un ramo del Parlamento ha già archiviato le "vecchie" riforme.