sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuliano Foschini

La Repubblica, 17 luglio 2022

La norma per salvare il processo potrebbe entrare nei decreti attuativi della riforma. “Quindi?”. Come in ogni nodo cruciale di questi sei anni e mezzo di storia, e questo forse è tra i momenti più delicati di sempre, quello in cui il burrone dell’oblio è lì a un passo, davanti al nostro Paese - governo, magistratura, opinione pubblica - si presenta la faccia corrucciata di Giulio Regeni, disegnata da Mauro Biani, un maglione verde e una camicia rossa, le braccia incrociate: “Quindi?” chiede Giulio.

Ecco, che succede ora? Venerdì sera la Cassazione ha di fatto chiuso, prima ancora che cominciasse, il processo che avrebbe dovuto accertare la verità. Ha stabilito che, date queste regole del gioco, non è possibile giudicare i quattro agenti della National Security, il servizio segreto civile egiziano, che secondo la Procura di Roma sono stati i sequestratori e gli assassini di Giulio. Non è possibile perché una norma pensata giustamente per la tutela degli imputati - essere a conoscenza delle accuse per potersi difendere nel processo - è stata utilizzata per difendersi dal processo: gli egiziani non hanno mai comunicato gli indirizzi degli accusati, gli atti non sono stati mai notificati, dunque il processo non si può aprire.

Le quattro vie dell’Italia - Ora l’Italia ha davanti a sé quattro strade. La prima è rinunciare e lasciare appunto la storia nei binari dell’oblio: ogni sei mesi il tribunale di Roma chiederà ai carabinieri se sono riusciti a notificare gli atti, riceverà risposta negativa e aggiornerà l’udienza. La seconda è insistere sulla via diplomatica-politica, fin qui fallimentare: l’Italia potrebbe insistere nel chiedere gli indirizzi all’Egitto ma il Cairo ha già detto quello che doveva dire. Il procedimento nei confronti dei quattro agenti è stato aperto, quando sono arrivati gli atti da Roma, ma i magistrati di Al Sisi hanno bollato tutto come spazzatura. Archiviando, immediatamente, il tutto. “Consentire il processo in Italia significherebbe violare il principio del ne bis in idem”, non ci possono essere cioè due processi per uno stesso procedimento.

Le notifiche alle ambasciate - La terza strada è, al momento, quella più percorribile. E mette il Governo italiano davanti a una scelta: in questi anni la politica ha sempre delegato le responsabilità alla magistratura. Ora che il binario giudiziario è chiuso, tocca al Parlamento. L’ipotesi è quella di un intervento legislativo. La necessità cioè di normare una situazione - quella appunto di imputati stranieri che scappano dalle notifiche per scappare dal processo - che si ripropone sempre più spesso. L’operazione non è semplicissima, ma percorribile.

Ed è da tempo all’attenzione dei tecnici del ministero della Giustizia. L’idea è quella di inserire, per esempio nei decreti attuativi della riforma Cartabia, una norma che disciplini casi come questi, dando per effettuata la notifica, per esempio, agli organi diplomatici. Nella vicenda Regeni potrebbe bastare la notifica all’ambasciata. Ancor più quando, come in questa situazione, gli imputati sono dipendenti dello Stato, essendo poliziotti. Proprio la Cassazione, che a settembre depositerà le motivazioni della decisione che è stata molto sofferta, potrebbe indicare la richiesta di un intervento legislativo.

Le proposte dei parlamentari Pd - Il punto è l’interlocutore: la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha seguito personalmente il dossier, cercando un punto di incontro con l’Egitto. Molti parlamentari del Partito democratico, a partire dalla responsabile Esteri, Lia Quartapelle, hanno da tempo avviato un discorso in questo senso. Una sollecitazione al Parlamento è arrivata anche dalla commissione di inchiesta, nella relazione al Parlamento, con il presidente, Erasmo Palazzotto, che ieri ha parlato di una “umiliazione per l’Italia di un regime che si prende gioco di noi utilizzando il nostro Stato di diritto. Per questo serve la politica”.

Ma la crisi di governo rende tutto, se mai fosse possibile, ancora più complicato. Se la politica per l’ennesima volta scegliesse di non decidere, un’ulteriore strada potrebbe essere il ricorso alla Cedu, chiedendo alla Corte per i diritti dell’uomo di fare quello che, fino a questo momento, il nostro Paese non è stato in grado: ottenere verità e giustizia per la morte di un suo cittadino.