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di Giuseppe Pignatone


La Stampa, 5 agosto 2021

 

Il governo dovrà realizzare gli investimenti su cui poggia la speranza di una macchina giudiziaria più efficiente. Ma ogni singolo magistrato dovrà maturare una rinnovata coscienza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. L'editoriale del direttore Massimo Giannini pubblicato domenica 1 agosto ("La giustizia che interessa gli italiani") induce ad alcune considerazioni su quella che viene ormai comunemente definita "riforma della Giustizia".

1) Non si tratta né si è mai trattato di una riforma organica, nemmeno del solo processo penale, giacché, per citare qualche esempio, non interviene su aspetti essenziali come le intercettazioni, le misure cautelari, il dibattimento di primo grado. Già nell'originaria stesura del precedente Guardasigilli, infatti, il disegno di legge faceva riferimento solo all'efficienza del processo e a "disposizioni per la celere definizione dei processi di appello". E questo, anche dopo le modifiche apportate dalla ministra Cartabia, è rimasto l'oggetto fondamentale, con l'aggiunta delle controverse norme in materia di improcedibilità e di quelle, pure significative, in tema di giustizia riparativa.

2) Non è arbitrario ritenere che l'attuale Guardasigilli avrebbe sicuramente preferito utilizzare appieno i risultati del lavoro svolto dalla commissione Lattanzi, da lei stessa voluta e nominata. Ma già nella prima fase del dibattito interno alla maggioranza alcune tra le proposte più interessanti come l'archiviazione meritata, l'ampliamento dei riti alternativi, una prima limitazione dell'appello, non sono entrate nel testo definitivo, con una significativa perdita di efficacia deflattiva del provvedimento. Ciò è avvenuto su richiesta di alcuni partiti e gruppi di pressione (è nota, a esempio, l'opposizione degli avvocati a qualsiasi riduzione dell'appello) a riprova che le scelte in materia di giustizia non sono mai meramente tecniche, ma esprimono opzioni politiche importanti, espressione di contrapposte visioni ideali della società, oltre che di interessi molto precisi.

3) L'Associazione nazionale magistrati, credo anche per la crisi profonda che sta attraversando, è intervenuta solo nell'ultimissima fase della discussione. Ma così facendo non si è opposta all'abbandono di alcune delle proposte della Commissione Lattanzi e ha invece lasciato spazio a interventi, anche molto radicali, di singoli magistrati e a quelli di alcuni Presidenti di Corte d'appello preoccupati dell'impatto delle nuove regole sui loro uffici.

4) La modifica normativa ha raggiunto uno dei suoi principali obiettivi, quello di far venir meno la possibilità di processi senza alcun termine finale, e, con la soluzione di compromesso adottata, sarà evitato il rischio che decine di migliaia di processi possano "andare in fumo" dopo la sentenza di primo grado. Anche se va detto che questi allarmi non sono stati supportati, come purtroppo avviene quasi sempre nel mondo della giustizia, da seri dati statistici. In ogni modo la scelta dell'improcedibilità invece della prescrizione per le fasi successive al primo grado si è rivelata infelice e il termine improcedibilità si è immediatamente caricato nel dibattito pubblico, com'era inevitabile, di tutti i significati negativi del termine prescrizione. Ma soprattutto questo nuovo istituto, estraneo alla nostra cultura giuridica e agli equilibri complessivi dell'ordinamento, rischia nei prossimi anni di dare luogo, come hanno evidenziato molti studiosi, a gravi dubbi di illegittimità costituzionale e di contrasto con la giurisprudenza europea.

Ciò detto, mi sembra evidente che la partita per ridurre i tempi dei processi sia ancora tutta da giocare. Ed è una partita che interessa noi cittadini, al di là o ben prima delle indicazioni dell'Europa.

A questo punto, il ruolo principale spetta al Governo, chiamato a scrivere i decreti delegati sulla base dei principi fissati dal Parlamento (opera non semplice né indolore) e soprattutto a realizzare quegli investimenti su cui poggia la speranza di una maggiore efficienza della macchina giudiziaria, con l'assunzione di magistrati e personale amministrativo, i piani di edilizia giudiziaria e la necessaria accelerazione in campo informatico.

Altrettanto importanti sono, tuttavia, gli altri attori del processo, soprattutto magistrati e avvocati, che non sono spettatori di una partita che non li riguarda, anzi ne devono essere protagonisti, sia valorizzando le nuove possibilità offerte dalla legge sia utilizzando nel modo migliore - specie i magistrati e i loro collaboratori - le risorse che saranno presto a disposizione. Compito, questo, che spetta ai capi degli Uffici, tenuti ad adottare rapidamente ogni misura organizzativa utile a moltiplicare l'effetto positivo delle inedite disponibilità economiche. Ma a questo dovere è chiamato ogni singolo magistrato nella consapevolezza di essere parte, ferma restando l'indipendenza nelle decisioni processuali, di una organizzazione complessa finalizzata a rendere un servizio efficiente, come previsto dalla legge e prima ancora dalla Costituzione. Si tratta di un punto decisivo per riacquistare almeno in parte la credibilità perduta, come sottolinea il direttore Giannini, in questi anni di scandali e di etica smarrita. Un terreno nel quale mi auguro che Anm, Csm e Scuola superiore della magistratura assumano l'iniziativa per far maturare nella categoria una rinnovata coscienza del proprio ruolo e delle proprie responsabilità nel servizio da rendere ai cittadini.

Un'ultima considerazione: il testo finale della "riforma" Cartabia prevede la fine della possibilità di una durata illimitata dei processi, il potenziamento di alcune misure deflattive, i nuovi criteri per l'archiviazione e il rinvio a giudizio, l'indicazione delle modalità di espiazione della pena da parte del giudice del dibattimento senza attendere il magistrato di sorveglianza e la delega, tutta da scrivere, per una giustizia riparativa e per la tutela delle vittime. Sono segnali importanti di inversione della tendenza dominante che da decenni vede nel diritto penale la soluzione di ogni problema e nel carcere l'unica pena possibile. È responsabilità del legislatore delegato e di tutti gli operatori non fare cadere nel nulla questi segnali, ma raccoglierli e dare loro concretezza nella prassi di ogni giorno.