di Valerio Spigarelli (Unione Camere Penali)
Il Garantista, 7 aprile 2015
C'è qualcosa di cui si avverte la mancanza, di questi tempi, nel dibattito-non-dibattito sulla Giustizia. Qualcosa, o forse qualcuno, che riporti la questione alla sua altezza naturale nella scala dei valori costituzionali. A differenza di quel che si aspettavano alcuni osservatori, infatti, il rafforzamento politico di Renzi non ha prodotto alcun risultato su questo terreno.
Anzi, al contrario, non solo è definitivamente scomparsa dall'orizzonte la prospettiva di una riforma organica della giustizia, ma sono anche state peggiorate le proposte avanzate all'inizio della legislatura. Il consenso penale, che l'esecutivo cerca ostentatamente dall'elettorato, oggi si gioca su di una svolta regressiva da Bengodi dell'emergenza la cui ricetta è sempre la solita: parossistica stretta sanzionatoria con la riforma dei reati contro la pubblica amministrazione, progressiva erosione dei diritti costituzionali con le nuove norme antiterrorismo, populismo giudiziario con l'introduzione del reato di omicidio stradale e l'aumento insensato dei termini di prescrizione dei reati.
Il tutto accompagnato ria un rapporto con la magistratura che solo gli ingenui possono ritenere sintomatico di un recupero di autonomia della politica. Renzi ha imparato da Berlusconi, e alla fine ha superato il maestro su questo terreno: a parole sembra un leone ma nei tatti lascia le cose come stanno sulle questioni (obbligatorietà dell'azione penale, controllo sul suo esercizio, separazione delle carriere, reclutamento laterale dei magistrati, composizione del Csm) che farebbero veramente la differenza. In più gli capita la fortuna di una Anm debole che gli permette di far finta di essere il più forte.
L'Associazione dei magistrati, infatti, è schiacciata da un lato da una maggioranza silenziosa sempre più preoccupata dalla perdita di status professionale ed economico ed assai poco coinvolta dalle questioni di politica giudiziaria, e dall'altro dalla progressiva esposizione diretta dei capi delie Procure, semplici e super, che, saltando la mediazione dell'Associazione, e persino delle correnti, vanno direttamente avanti alle commissioni parlamentari a dettare le loro linee.
Per accontentare i primi Sabelli è costretto a pigiare l'acceleratore sulla responsabilità civile (che sotto sotto gli andrebbe pure bene) o la prescrizione, per non farsi scavalcare dagli altri provoca Renzi sulla legge anticorruzione. Un regalo per il premier che. senza togliere un grammo di potere ai veri padroni del vapore giudiziario, che sono quelli di cui sopra, riesce pure a fare la figura del castigamatti dei magistrati. Esattamente come ha fatto Berlusconi per qualche decennio, fino ad uscirne con le ossa rotte, però.
In questa pochade il tema vero, quello dell'equilibrio dei poteri e della riforma di quello giudiziario, scompare anche perché dal parterre è uscito uno dei pochi protagonisti che della questione aveva compreso, sulla sua propria pelle, l'importanza e l'urgenza. Al momento delle dimissioni di Giorgio Napolitano non tutti si resero conto di quanto il cambiamento dell'inquilino del Quirinale avrebbe pesato sul dibattito della Giustizia. Al di là dei momenti "acuti", come la vicenda del processo-trattativa, o le polemiche con Di Pietro ed Ingroia, Giorgio Napolitano incarnava infatti il primato della politica nelle scelte di politica giudiziaria. Primato della politica che lo portò più volte a sottolineare la necessità di una riforma complessiva del sistema giustizia, anche dal punto di vista costituzionale.
Il lavoro della commissione dei saggi da lui voluta lo testimonia egregiamente. Anche nel suo impegno testardo contro la disumana condizione carceraria trovava posto l'ipotesi di provvedimenti di clemenza, che solo i radicali proponevano apertamente ma che lui non ha mai escluso come soluzione politico/parlamentare, proprio in nome di quella primazia. Supremazia vera, però, non quella dei boatos, berlusconiani o renziani poco importa, o delle leggi, ad porsonam o populistiche importa ancora meno, visto che la demagogia giudiziaria non è meno grave, e pericolosa, dei conflitti di interessi.
Fin qui il nuovo presidente della Repubblica non ha ancora affrontato la questione di una riforma costituzionale del sistema giudiziario, ma ci sono temi che chi preside il Csm non può ignorare. Anche perché il suo silenzio sarebbe da interpretarsi come una scelta a favore del mantenimento di un sistema squilibrato sia dalla commistione ordinamentale delle funzioni di accusa e di giudizio, sia dell'utilizzo etico delle indagini preliminari svolte in sede penale sia, infine, dall'innaturale contiguità tra i circuiti investigativi e la stampa. Ciò che produce lo slittamento lento, candido ed inconsapevole, verso quella democrazia giudiziaria i cui rischi erano ben chiari a Napolitano.










