di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 10 aprile 2015
Sono stati uccisi, nell'ordine, un avvocato, un coimputato del reato di bancarotta ed un magistrato. Quale deve essere la chiave di lettura? Quella cronologica, per la quale occorre concentrarsi innanzitutto sulla prima vittima? Quella corporativa, per la quale ogni categoria piange il suo rappresentante assassinato? Quella della rilevanza sociale, che apre la questione di quale categoria sia più rilevante?
O bisogna limitarsi a dire che si è trattato del l'ennesima tragedia della follia? Innanzitutto occorre, credo, guardarsi dal pericolo della strumentalizzazione. Tutte e tre le categorie coinvolte potrebbero farlo. Ed aggiungerebbero tragedia alla tragedia. L'immagine sarebbe quella delle iene, per le quali la morte è un banchetto.
Ma neppure ci si può limitare a ridurre quanto accaduto ad una esplosione di tragica follia. Il tema della giustizia evoca, oggi, in Italia reazioni violente. Ed è una situazione che si trascina, ormai, da oltre vent'anni. Mani pulite è stata una rivoluzione, alla quale non è seguita alcuna pacificazione nazionale. La questione, oggi, non è più se Mani Pulite sia stata un evento positivo o negativo. Quella stagione c'è stata: è un fatto. La questione è un'altra. La spaccatura del Paese che ha segnato quella stagione non si è ricomposta. Anzi, sotto certi aspetti, si è addirittura accentuata, rendendo il contrasto ancora più velenoso e violento.
Questa atmosfera diventa necessariamente una chiave di lettura di quanto accaduto. La violenza dialettica sui temi della giustizia, con le reciproche delegittimazione che ne derivano, finisce con l'essere un ingrediente esplosivo, non solo per le manifestazioni di follia che può favorire. Ne resta corrosa la stessa tenuta del vincolo sociale. I cattivi vanno puniti, i corrotti vanno messi in galera, gli evasori vanno debellati. Ma se si perde il senso della misura, se si perde il sentimento di un necessario equilibrio tra esigenze punitive e rispetto dei diritti individuali, si finisce con il mettere in pericolo le ragioni stesse dello stare insieme in uno stato, in uno stato di diritto.
Peggio ancora se sul tema della giustizia aleggia l'ombra della strumentalizzazione: se, cioè, si percepisce che al fondo vi è una mera lotta di potere. Il giustizialismo e il garantismo alla carta hanno un ruolo esiziale, in quanto finiscono per confermare che è tutto non solo relativo ed opinabile, ma soprattutto strumentalizzabile. A quel punto ognuno ha diritto di sentirsi vittima degli altrui soprusi e degli altrui imbrogli. La tragedia di Milano deve, perciò, indurre a fermarci a riflettere, a cercare una pacificazione nazionale, a riportare le questioni della giustizia in una dimensione appropriata, che le sottragga alle drammatizzazioni da cui sono troppo spesso segnate.









