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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 2 aprile 2015

 

Pubblici ministeri in cerca di pubblicità e di un titolo del telegiornale: andrebbe vietata la pubblicazione dei loro nomi. Se il Parlamento avesse approvato, ai tempi della Prima Repubblica, la proposta di legge del deputato Dc Carlo Casini che vietava la pubblicazione del nome e della foto dei magistrati requirenti, forse il signor John Henry Woodcock oggi farebbe un altro mestiere. E nessuno, neppure il Presidente del consiglio, saprebbe chi sono i signori Raffaele Cantone e Nicola Gratteri.

Ma in molti conoscerebbero Carlo Nordio, non tanto nella sua veste di Procuratore aggiunto di Venezia, ma per le sue pubblicazioni di diritto e il suo contributo nella riforma del codice di procedura penale. Il Pubblico Ministero sarebbe riportato nel suo alveo naturale, che è quello di essere un soggetto "impersonale", come tale intercambiabile e impermeabile alla tentazione del selfie quotidiano. Se così stessero le cose, non sarebbe necessario l'allarme che proprio il Procuratore Nordio lancia oggi allo stesso Presidente del consiglio: attento alle intercettazioni, attento a uno strumento che, da mezzo di ricerca della prova, sembra esser diventato una "bastarda" prova in sé. E l'uso che ne viene fatto una vera "porcheria".

Fa un decreto legge, lo stuzzica, fallo con coraggio e modifica la situazione, prima che ti si ritorca contro. La vicenda di Massimo D'Alema, che occupa le prime pagine dei giornali e le aperture dei Tg a causa di intercettazioni a strascico in cui viene sillabato il suo nome, dovrebbe essere fonte di preoccupazione, dopo l'analoga vicenda che ha portato alle dimissioni coatte del ministro Lupi. E se domani toccasse proprio a Renzi? Se un perversa nemesi storica si stesse già esercitando, nel rimbalzo dal nemico della sinistra Berlusconi fino al nemico interno alla stessa sinistra D'Alema per arrivare ai vertici dello Stato?

Se chi oggi di intercettazioni fruisce non si trovasse domani a perire delle stesse? Succede anche nelle rivoluzioni, e quella francese ne è un esempio plastico, che il metodo usato, il sangue, in genere produca altro sangue, quello degli stessi insorti. Perché non potrebbe capitare anche in piccole cose come il rapporto complice tra un premier e i suoi Pm? Se questo succederà, sarà perché l'amministrazione della giustizia è oggi una sorta di piramide capovolta, con al vertice la dittatura non solo dei magistrati politici, ma anche e soprattutto dei vanitosi, degli incompetenti, dei foto-telegenici, degli inutili spacconi, di quelli che non ne azzeccano una e che in azienda sarebbero licenziati, ma di cui nessun Csm va mai a misurare la produttività, cioè il numero delle cause vinte. Sono i Pubblici Ministeri dell'apparire, la cui attività prevalente pare essere quella di stare seduti in poltrona con il registratore acceso a raccogliere voci a strascico in attesa del nome che ingolosisce. Il nome può essere quello di Silvio Berlusconi o di Tony Renis o Elisabetta Gregoraci, senza differenza alcuna.

Tranne nelle conseguenze e nell'uso politico che altri ne possono fare. Quel che conta è la lampada accesa sulle prime pagine dei giornali e i Tg della sera: che tutti sappiano chi è il castigamatti in grado di ripulire l'Italia da tutti questi immorali e corrotti. Quel che conta è solo quel che succede il primo giorno, l'inizio, mai la fine, cioè il processo e la sentenza.

Il Maestro dei castigamatti è il Pm Woodcock, che rese famosa nel mondo la città di Potenza, da cui si dipartirono inchieste fondamentali come la "Vip-gate" del 2003 con 78 persone coinvolte, o la "Vallettopoli" del 2006 o il "Somalia gate" ( tutte finite in nulla ), fino al paradosso dell'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, trascinato in ceppi, di notte, dal lago di Como fino alla Basilicata con imputazioni assurde e al quale oggi dobbiamo ripagare il torto subito con un risarcimento per ingiusta detenzione. Per non parlare della "madre di tutte le inchieste per corruzione internazionale", quella condotta da Napoli per le fregate lanciamissili destinate al Brasile e che hanno fatto perdere all'industria italiana una commessa miliardaria.

Woodcock è un grande fornaio che sforna intercettazioni a getto continuo. L'ultima su Massimo D'Alema, mentre Gatto Silvestro Renzi si lecca i baffi, ennesima violazione dell'articolo 15 della Costituzione che dovrebbe proteggere l'inviolabilità delle nostre conversazioni, potrebbe diventare però una buccia di banana. O meglio, come dice Carlo Nordio - che ha condotto l'inchiesta sul Mose senza che una sola intercettazione uscisse sui giornali - in una sua nota sul Messaggero, diventare un pericolo per "chi maneggia questo strumento abominevole per alimentare il coccodrillo nella speranza che esso mangi il proprio avversario, senza sapere che alla fine il coccodrillo mangerà anche lui".