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di Astolfo Di Amato

 

Il Garantista, 22 marzo 2015

 

Lupi si è dimesso. Niente carezze per i corrotti, che sono in carcere. L'Italia è più buona. Per merito di quella magistratura, che i governi vorrebbero maltrattare. Se si voleva la prova della infallibilità della ricetta "più manette per tutti", eccola! Eppure basterebbe poco per rendersi conto che questa lotta alla corruzione è un fallimento.

Durante tangentopoli ci hanno detto che venivamo da decenni di corruzione e che per questo era necessario rivoltare l'Italia come un calzino (copyright dell'adora sostituto della procura della repubblica di Milano, Piercamillo Davigo).

Il ceto politico di tutti i partiti, tranne uno, è stato distrutto in nome di una rivoluzione giudiziaria, che avrebbe finalmente determinato la palingenesi del nostro paese. Eppure, la corruzione non ha smesso neppure un attimo di essere una emergenza. Il nuovo ceto politico si è mostrato peggiore del precedente e la lotta alla corruzione è restata la questione politica centrale.

Nel frattempo il paese andava in malora, la capacità di competere, la cd. competitività, crollava miseramente, con conseguenze che sono diventate man mano sempre più drammatiche. Ma siamo restati inchiodati al problema della corruzione. Con la magistratura italiana, che è una delle più potenti del mondo, a richiedere poteri sempre maggiori perché il nemico, nonostante tutti gli sforzi, è sempre più forte. Si è innestata, così, una folle corsa a chi è più giustizialista. E chi resta indietro è perduto.

Ma questa folle corsa ha un limite. Non si può andare più in là della pena di morte. Prima di arrivarci, però, potrebbe essere utile dare uno sguardo a cosa succede nei paesi in cui è prevista la pena di morte per la corruzione. Esemplare, in questo senso, è la Cina. In questo paese la pena di morte per i corrotti ha un consenso pari, secondo i sondaggi più recenti, al 73,2%.

Il Presidente Xi Jinping ha messo in campo una forza di ben 800.000 investigatori (avete letto bene: ottocentomila) esclusivamente per combattere la corruzione. Nel solo 2013 è stato calcolato, da una delle università di Pechino, che sono stati messi sotto inchiesta oltre 182.000 funzionari pubblici! Ha funzionato? Nell'anno in corso sono stati messi sotto inchiesta, mediamente, circa 32 alti funzionari alla settimana e varie migliaia di piccoli funzionari. Tutto sommato un fallimento, salvo che per l'attività del boia.

L'esempio della Cina può, tuttavia, essere utile: per capire. Se un corpo specializzato e numeroso di investigatori, resi ancora più forti dalla minaccia della pena di morte, non ha successo, significa che non è questa la soluzione. Ed allora le conclusioni possibili sono due. O si deve ritenere che i cinesi, e così gli italiani, sono geneticamente corrotti. Ed allora tanto vale mettersi l'anima in pace. Oppure diventa inevitabile constatare che il fattore che alimenta la corruzione è, innanzitutto, la circostanza che non si è cittadini, ma sudditi. Non si hanno diritti, ma solo aspettative, che chi ha il potere può in mille modi frustrare.

Procedure nelle quali si invecchia, vincoli ottusi che hanno il solo effetto di opprimere, leggi incomprensibili ed avvinghiate le une alle altre come in una giungla, sono il terreno ideale della corruzione. E, in realtà, è proprio questo il profilo di maggiore affinità tra la Cina e l'Italia. Ma non è solo questo su cui occorre cercare la soluzione. Ci vuole anche il coraggio morale di non lasciarsi schiacciare dal moralismo.

Di rifiutarsi di considerare corruzione quella attività di lobbying, che è lecitamente svolta in tutto il mondo civile. Di discernere ciò che è illecito, ciò che immorale, ciò che non è esteticamente apprezzabile e ciò che è neutro. Altrimenti si finisce per proiettare nell'area dell'illecito anche ciò che non lo merita, con l'effetto di dare al problema una dimensione non reale, allontanando così i possibili rimedi. Tra qualche anno penseremo alle dimissioni di Lupi. E ci chiederemo il perché.