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di Astolfo Di Amato

 

Il Garantista, 24 febbraio 2015

 

Ieri mattina è stata depositata la motivazione della sentenza Eternit. Come sai sono il difensore dell'imputato, Stephan Ernst Schmidheiny. La lettura della sentenza della Cassazione è utile, sotto molti aspetti, che vanno al di là della mia legittima soddisfazione quale difensore. Come è noto, la sentenza è stata di estinzione del procedimento per prescrizione.

Essa precisa chiaramente, nella motivazione, che la prescrizione era maturata prima ancora dell'inizio del procedimento. Leggendo la sentenza, tuttavia, emerge anche che le numerose obiezioni mosse dalla difesa, in ordine alla reiterata violazione dei diritti difensivi ed alla interpretazione delle norme di carattere sostanziale, non erano affatto infondate. La Corte, difatti, avrebbe potuto benissimo motivare con affermazioni tipo "il motivo è chiaramente infondato, ma il reato è comunque prescritto".

Viceversa, i motivi di ricorso svolti dalla difesa sono trattati nel modo seguente: l'accoglimento del motivo porterebbe alla necessità di rimettere gli atti al Giudice di merito, esito non permesso attesa ormai l'intervenuta prescrizione del reato. Del resto, la stessa conclusione raggiunta dalla Corte di Cassazione, e cioè quella della intervenuta prescrizione del reato, è il risultato della piena accettazione della tesi difensiva circa la corretta ricostruzione del reato di disastro, la cui consumazione, attraverso una inammissibile manipolazione interpretativa, si era tentato di estendere sino ai giorni nostri.

Sul piano generale, va sottolineato che la sentenza della Corte di Cassazione fa giustizia di un luogo comune, frutto di palese ignoranza, ripetuto in modo ossessivo nei giorni immediatamente successivi alla lettura del dispositivo. L'esito processuale della vicenda Eternit, difatti, era stato attribuito ad una pretesa insufficienza dei termini di prescrizione.

La Corte di Cassazione ha chiarito che l'esito non è stato affatto determinato da una insufficienza dei tempi di prescrizione, bensì da una corretta ricostruzione del reato di disastro, il quale si consuma nel momento in cui si verifica l'inquinamento ambientale. In questo caso, al più tardi, nel 1986. Questo significa che la dichiarazione di prescrizione sarebbe intervenuta anche con le regole precedenti alla riforma del 2005.

Il problema del reato di disastro ambientale è collegato alla circostanza che in alcuni casi, come nel caso dell'amianto, gli effetti nocivi per l'uomo si manifestano a decenni di distanza dalla esposizione. Ma un problema del genere non ha nulla a che vedere con la prescrizione e può essere risolto solo con l'introduzione di una nuova disciplina del reato di disastro ambientale, che tenga conto del tempo che, in alcuni casi, intercorre tra l'inquinamento e il manifestarsi degli effetti.

La vicenda, perciò, dimostra ancora una volta che spesso, anzi troppo spesso, invece di porsi il problema di stimolare il legislatore ad elaborare regole chiare ed adeguate ai tempi, si immagina di poter risolvere i problemi trasferendo al Giudice un inammissibile potere punitivo, al di fuori dei limiti normativamente fissati da un corretto uso delle regole sulla interpretazione.

Attraverso la libera interpretazione, cioè, si pretende di colpire ciò che si ritiene eticamente riprovevole, negando alla base quelli che sono i princìpi fondamentali del vivere democratico. D'altra parte, è proprio questa pretesa che spiega la noncuranza con cui, prima della Cassazione, sono stati trattati gli argomenti difensivi svolti e che avrebbero dovuto portare ad una piena assoluzione nel merito di Stephan Schmdheiny.

Si deve aggiungere che l'idea stessa di un procedimento penale sempre possibile, senza limiti di tempo, che sembra la massima aspirazione di chi chiede l'allungamento dei termini di prescrizione, corrisponde ad una visione autoritaria dell'organizzazione della società, che vuole i cittadini trasformati in sudditi in libertà provvisoria.