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di Sandra Rizza

 

Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015

 

Un ex funzionario spiega il ruolo dell'uomo voluto da Scalfaro. Adalberto Capriotti era un'animella, non contava nulla. A comandare era Di Maggio". Parola di Salvatore Cirignotta, nel 1994 dirigente dell'ufficio detenuti del Dap, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, oggi manager della Asp di Palermo, che ieri ha deposto nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Rispondendo alle domande del pm Nino di Matteo, il manager ha confermato in aula che a volere Di Maggio nel ruolo di vice-direttore del Dap era stato nel 1993 l'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro: "Di Maggio lo diceva apertamente: mi devono sopportare - ha spiegato Cirignotta - perché sono stato messo qui da Scalfaro e per tutti i sette anni del suo mandato non mi possono fare niente".

Il testimone ha poi parlato della fuga di Felice Maniero, il boss della mafia del Brenta, evaso dal carcere di Padova nel 1994. Sottolineando i rapporti stretti tra Di Maggio e il colonnello Enrico Ragosa, che proveniva dai servizi segreti e poi divenne responsabile della segreteria di sicurezza del Dap, ha detto: "Ragosa mi chiese il fascicolo di Maniero. È una mia congettura, ma penso che i servizi potrebbero avere contribuito all'evasione".

Recentemente rinviato a giudizio per una fornitura milionaria di pannoloni alla Asp di Palermo, Cirignotta ha infine raccontato che Di Maggio a Roma "abitava nella stessa casa del colonnello Umberto Bonaventura", in servizio al Sismi, e che quest'ultimo gli era stato presentato come "un collaboratore del generale Mori". Dulcis in fundo: "Dopo l'inchiesta Mani Pulite, Scalfaro e il capo della Polizia Parisi erano convinti della necessità di far entrare il Viminale nell'amministrazione delle carceri, a tutela della classe politica.

La gestione dei pentiti era considerata importante, c'era un interesse a tenerli sotto controllo per quello che potevano dire dei politici. Nicolò Amato, l'ex capo del Dap, non avrebbe mai acconsentito ad una cosa del genere". Poi il manager ha ritenuto di precisare: "Sto parlando di sensazioni". Il pm Di Matteo, infine, ha chiesto di citare in aula i pentiti Vito Galatolo e Carmelo D'Amico.