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Ansa, 12 aprile 2015

 

Si chiamano Banda Biscotti, ma poi ci sono anche le Dolci Evasioni, le Lazzarelle, Sprigioniamo i sapori. Se il carcere non è solo il luogo di espiazione della pena ma anche il luogo dove si riacquista dignità, se la giustizia è anche questo, allora passa per il lavoro.

Si chiamano Banda Biscotti, ma poi ci sono anche le Dolci Evasioni, le Lazzarelle, Sprigioniamo i sapori, Made in jail e molti altri. L'ironia non guasta a queste, ed altre, associazioni e cooperative sociali diventate in alcuni casi anche piccole imprese che sviluppano buone pratiche di economia carceraria.

Se il carcere non è solo il luogo di espiazione della pena ma anche il luogo dove si riacquista dignità, se la giustizia è anche questo, allora passa per il lavoro. È una seconda chance, quella che tutti dovrebbero avere nella vita, un nuovo progetto per il futuro, con nuove competenze. Questo, i dati ne sono la riprova, fa si che un detenuto che lavora uscendo più difficilmente tornerà a delinquere. In Italia ci sono più di 60 mila detenuti e solo 2000 di essi lavorano, una percentuale decisamente bassa. Non serve un carcere che umili ma un carcere che aiuti a non ripetere gli stessi errori.

I detenuti fanno biscotti, magliette, caffè, borse, stampe, oggetti di design, puntando alla qualità più che al profitto. Lavorazioni artigianali e creatività per dare un senso al tempo speso dietro le sbarre e per costruirsi un nuovo futuro. Ogni accessorio finisce per trasferire a chi lo acquista un messaggio che parla di diritti umani, giustizia, condivisione, legalità. Chi compra questi prodotti sa che aiuterà queste persone a fare un lavoro dignitoso, capace di alleviare uno stato di disagio, ridando fiducia e speranza nel futuro. In una parola, a riscattarsi.