di Errico Novi
Il Garantista, 7 febbraio 2015
"Abbiamo una cosa in comune: la passione per il panino con la milza". Beniamino Migliucci accoglie così il ministro della Giustizia Andrea Orlando alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti", maxi convegno che il presidente dell'Unione Camere penali organizza a Palermo per rispondere al fuoco di fila proposto dalla magistratura nelle cerimonie dell'altra settimana.
Il numero uno dell'Ucpi è di Bolzano, seppur con origini napoletane. Non si avventura dunque nella dizione corretta di "pane c'a meuza", ma dice la verità a proposito dei gusti del guardasigilli. Che prima di sedersi a fianco a lui sul palco allestito all'aula magna della Facoltà di Giurisprudenza, consuma un pasto veloce ma non leggerissimo alla focacceria Sant'Antonio. Poi interviene a lungo e si sofferma sui rischi del "populismo giudiziario", dando così prova di condividere con Migliucci e i penalisti non solo la cucina tipica palermitana.
Lancia un appello a Forza Italia perché non si ritiri davvero dalla partita delle riforme, compresa quella della giustizia: "È auspicabile che quante più forze politiche partecipino alla discussione, e da questo punto di vista considero che la scelta di chiamarsi fuori è difficilmente comprensibile". Esclude che a complicare i rapporti con Berlusconi possano essere stati gli inasprimenti sul falso in bilancio concordati nel vertice di maggioranza di giovedì scorso. E ricorda d'altronde che lui stesso non intende ripensarci sulla necessità di "circoscrivere un'area di punibilità che riconosca le differenze tra aziende piccole e di grandi dimensioni, anche con una diversa consistenza delle pene".
Non esclude neppure sul fronte del ddl corruzione di "portare avanti il disegno del governo senza fermare il lavoro già avviato dal Parlamento: la stessa cosa faremo sulla prescrizione che è all'esame della commissione Giustizia di Montecitorio. Si tratta", osserva il guardasigilli, "di un metodo analogo a quello che abbiamo adottato con successo sulla responsabilità civile, durante la discussione a Palazzo Madama". Misurato ottimismo sui destini della riforma, dunque.
Ma anche guardia alta sul pericolo che nel frattempo il clima generale del Paese, asfissiato dalla crisi, si rifletta in forme di estremismo anche nel settore della giustizia. Campo nel quale l'opinione pubblica finisce spesso per andare in cerca di capri espiatori sui quali scaricare le tensioni più generali che si avvertono. È proprio questo il passaggio forse più interessante della relazione che il ministro Orlando fa al maxi convegno, iniziato ieri e destinato a concludersi oggi, per il quale l'Unione Camere penali sceglie il titolo "Inauguriamo la Giustizia del futuro".
C'è in realtà molto da discutere sul presente, sembra voler dire il guardasigilli. Del cui intervento proponiamo qui di seguito alcuni passaggi. "Ci troviamo in una fase storica di profonda crisi: sociale e istituzionale. Crisi delle culture che hanno generato il nostro sistema. Assistiamo a una regressione culturale che porta anche verso forme di populismo penale. Mi riferisco a una visione del processo come nuovo rito di esorcismo sociale. La valenza simbolica di certi processi è un sintomo preoccupante".
"Negli anni scorsi - continua il guardasigilli - c'è stata una grande discussione sulle garanzie processuali, e nello stesso momento si è assistito a una regressione sul tema del diritto sostanziale. In ambito penale questo ha voluto dire regressione del diritto e cospicuo ricorso al carcere. Si costruiva un garantismo nel processo e si placava dall'altro lato l'opinione pubblica con la ricerca di un capro espiatorio, attraverso l'introduzione di provvedimenti di segno opposto. Possiamo dire che è cambiata la stagione? Se guardiamo al clima che c'è nel Paese penso di no. Io temo che ci sia un nesso tra la crisi e l'atteggiamento che l'opinione pubblica ha sui temi della giustizia. Noi abbiamo invertito la tendenza.
Ma va ricordato come questo sia avvenuto anche sulla scorta di un evento esogeno qual è stata la sentenza Torreggiani, oltre che per l'incombere sempre più insostenibile del sovraccarico penale. Tutto nasce da qui, ci si muove da un lato sulla base di esigenze emergenziali relative al carcere, e dall'altro in virtù della presa d'atto che l'esigenza punitiva dello Stato ha un limite. Ma oltre all'azione del governo serve un cambiamento nella cultura del Paese. E faccio un esempio concreto: un provvedimento come quello sulla particolare tenuità del fatto non deve passare per la rinuncia dello Stato a esercitare la propria capacità sanzionatoria".
Penalisti, parlate anche ai cittadini. "Alle Camere penali rivolgo l'invito ad interloquire non solo con il governo e il Parlamento, ma anche con il Paese. La stagione del populismo penale può avere una battuta d'arresto se c'è una proposta alternativa. Naturalmente questo appello non è un modo per sfuggire alle osservazioni fatte dai penalisti sulle varie iniziative riconducibili ala riforma della giustizia.
Parto dalla responsabilità civile, che abbiamo deciso di affrontare perché lo ritenevamo un problema cruciale, in una situazione in cui c'era anche una pressione europea. Nel corso di questi anni la legge Vassalli non ha funzionato. In sintonia con le Camere penali il governo ha però sempre avversato estensioni abnormi del concetto di responsabilità, ma una nuova legge deve essere obiettivo fondamentale. In questo senso siamo arrivati a una definizione normativa che considero soddisfacente, e che andrà in aula alla Camera in via definitiva nella terza settimana di febbraio. Il passaggio importante è relativo al fatto che non ci si metteva più mano dall'87, nonostante fosse un tema divisivo ci abbiamo messo mano e abbiamo trovato una sintesi".
Carriere, difficile separarle. "Non sono convinto che si possa intervenire senza modifiche costituzionali. E ora non vedo proprio la possibilità di modifiche al Titolo IV della Costituzione: guardate che succede per cambiare parti della Carta riconosciute meritevoli di modifica da trent'anni. Figuriamoci su un punto come quello della separazione delle carriere per il quale l'esigenza è meno avvertita. Io userei la massima di Churchill sulla democrazia: il sistema ha molti limiti, ma le alternative mi convincono assai poco. Non mi convince l'idea di un pm assoggettato all'esecutivo. Il rimedio di un corpo separato dei pm rischia di produrre effetti ancora più estremi di quelli che si vogliono scongiurare: c'è il rischio di una deriva poliziesca che non mi lascia tranquillo. L'agenda dei provvedimenti sulla giustizia è molto fitta, non si può dire che sia stata omissiva, ma non c'è spazio per una modifica costituzionale".
Siamo attenti alle garanzie. "Sulla prescrizione l'allarme è iniziato dopo la vicenda Eternit, eppure proprio in quel caso la prescrizione non c'entra. L'intervento da fare per scongiurare esiti processuali del genere è quello in corso al Senato sui reati ambientali. Io d'altronde vorrei tenere insieme la riforma della prescrizione con un ragionamento serio sulla tempistica del processo. Il che significa confronto su cos'è la garanzia nel processo, e le Camere penali sono a presidio di queste garanzie. Penso che se andiamo nella direzione di una informatizzazione integrale del processo questa problematica di tipizzazione degli atti processuali sarà inevitabile".









