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di Errico Novi

 

Il Garantista, 25 gennaio 2015

 

Attacchi al governo, maledizioni al garantismo, clima di scontro frontale. Da Milano però arriva un colpo basso a Palermo. Si sentono stretti nella morsa. E reagiscono. Dopo le scudisciate della cerimonia in Cassazione, i magistrati delle Corti d'Appello di tutta Italia tentano di replicare ai massimi vertici della Suprema Corte. Venerdì il primo presidente Giorgio Santacroce e il procuratore generale Gianfranco Ciani avevano parlato di toghe arroccate nel corporativismo, di pm cedevoli alle lusinghe dei media, di sacche d'inefficienza che il Csm spesso non riconosce.

Insomma l'avevano fatta nera. E così nel day after, cioè nella giornata di ieri dominata dalle cerimonie inaugurali nei singoli distretti giudiziari, si è sentito di tutto. Non su Santacroce e Ciani, ma contro l'altro polo del potere: la politica. Si va dalla riforma di Renzi giudicata "ben misera cosa" a Milano al presidente di Reggio Calabria Macrì secondo cui "l'assenza di iniziative legislative di vasta portata" farà affondare "la giustizia nella palude". E poi si contano gli anatemi contro la corruzione che soffoca Roma da parte del presidente capitolino Antonio Marini, il quadro apocalittico delle collusioni tra camorra e mala-politica di Antonio Buonajuto a Napoli, e insomma una batteria di denunce che stavolta si spostano dai vizi di giudici e pm a quelli delle altre, corrotte istituzioni.

 

Palermo, le scorte e i giudici scoperti

 

Prevedibile. Ma non privo di incidenti. C'è n'è uno spiacevole a Palermo, dove il procuratore generale facente funzioni Ivan Marino esclama "pausa caffè", s'incammina sul tappeto rosso, inciampa, batte la testa e riprende la cerimonia con un cerotto sul volto.

Dopodiché, nella sua relazione, si concede un passaggio destinato ad alimentare polemiche. Alla sala gremita in cui spicca l'assenza dei pm della "Trattativa" (marcano visita tutti, dall'aggiunto Vittorio Teresi ai pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia) Marino dice: "Non si può sottacere che la indubitabile, contingente e pericolosissima esposizione a rischio in determinati processi di taluno dei magistrati della requirente", ovvero Di Matteo, "con conseguente adozione di dispositivi di protezione mai visti prima, finisca per isolare e scoprire sempre di più i magistrati della giudicante titolari degli stessi processi".

Come a dire: per proteggerne uno, particolarmente in vista, lasciano alla mercé di ritorsioni e proiettili noialtri. Obiezioni che ricordano tanto quelle rivolte a Giovanni Falcone venticinque anni fa. È proprio d'altronde Marino a dirlo: "Si sta verificando la stessa identica situazione degli anni 80, allorché la protezione era garantita per lo più, se non esclusivamente, ai magistrati facenti parte dei pool antimafia dell'ufficio Istruzione e della Procura della Repubblica, con indifferenza verso la situazione della giudicante".

 

Il problema non siamo noi

 

Si avverte un certo nervosismo, tra le toghe. Contro quelle palermitane arriva la stoccata del presidente della Corte d'Appello di Milano Giovanni Canzio, secondo il quale "la dura prova dell'audizione al Quirinale" poteva essere risparmiata "al Capo dello stato, alla magistratura e alla Repubblica" (un ampio estratto della relazione di Canzio è pubblicato nella pagina a fianco, ndr). Ma a dare l'dea della sindrome da accerchiamento di giudici e pm sono soprattutto le polemiche montate dall'Associazione magistrati. Il sindacato delle toghe organizza conferenze stampa per criticare la riforma della Giustizia.

A Milano con il segretario Rodolfo Sabelli e a Bari con il presidente Maurizio Carbone, che sbotta: "Respingiamo fortemente questa idea demagogica secondo cui il problema della giustizia siamo noi magistrati e non chi intasca le tangenti". E ancora: "Vediamo riforme banalizzate con slogan, che ci mettono al centro del problema attribuendoci colpe che non sono nostre per nascondere l'inadeguatezza di queste riforme".

A Milano si registrano anche le critiche durissime dell'avvocato generale Laura Bertolè Viale, indirizzate a Renzi e anche al nemico storico, Silvio Berlusconi: intanto liquida le riforme come un "pacchetto" che è "ben misera cosa rispetto a i progetti elaborati prima: non poche norme peccano di distonia, cioè sono irragionevoli". Prima fra tutte la cosiddetta salva-Berlusconi che non rispetterebbe "quei criteri di progressività in materia tributaria sanciti dalla stessa Costituzione. Inoltre da questo pacchetto è stato escluso il reato di falso in bilancio".

In realtà è stato da poco riproposto al Senato nel ddl Grasso. In sala, il viceministro Costa appare perplesso. Sempre nel Palazzo di Giustizia del capoluogo lombardo si assiste alla sfilata del procuratore capo Bruti Liberati con tutti i suoi aggiunti, escluso Robledo che non si fa vedere. Nel coro di rivendicazioni e critiche ce n'è qualcuna non scontata come quella del pg di Torino Marcello Maddalena, che boccia l'idea di una "nuova Procura nazionale antiterrorismo". Il presidente della Corte d'Appello di Roma Marini accenna a una generica commistione tra malavita e ultras, con il ripescaggio del caso di Genny 'a carogna. Lo dice in un'aula disertata dalla Camera penale: "L'inaugurazione dell'anno giudiziario, ancor più nelle sedi locali, è un rito anacronistico, asimmetrico e vuoto", dice il presidente Francesco Tagliaferri. Vuoto o meno che sia, di sicuro c'è molto nervosismo.