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di Tano Gullo

 

La Repubblica, 1 marzo 2015

 

Non si può proprio dire che l'imprenditore fosse contento di stare in galera - e chi potrebbe mai esserlo - ma almeno in un aspetto ne aveva apprezzato l'utilità. La sua è stata però solo un'illusione, perché poi le cose non sono andate come sperava. Anzi. Andiamo al fatto, l'uomo si è convinto che nella sua condizione di detenuto non era tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi e quindi avrebbe potuto farla franca per tutti gli anni in gattabuia, presenti e futuri. D'altra parte non lo dice la stesa legge che "per cause di forza maggiore", si può sorvolare sugli obblighi tributari. Seppure in gabbia, forte di questa convinzione, si sente libero come un fringuello, al riparo dalle grinfie rapaci dell'erario.

Quando ormai il furbo "evasore per necessità", pensa di poter dormire sonni tranquilli, almeno per quanto riguarda il dare e l'avere economico della sua vita, gli arriva la mazzata. Il fisco non ha pietà e non perdona, così gli vengono recapitate in cella le cartelle tributarie con tanto di aggravio per la mancata presentazione della dichiarazione di Irpef, di Iva, dei registri e dei documenti previsti dalle norme fiscali. E per sovraccarico viene sanzionata anche la comunicazione tardiva di cessazione delle attività ai fini del saldo dell'Iva.

Lui si era illuso di eludere quei rituali tormentosi e astrusi a mai finire, che scandiscono, ahimè, ogni anno che cade sulla terra, ma deve arrendersi alla famelicità di uno Stato capace di tassare, come è accaduto in Sardegna in questi giorni, perfino l'ombra che "cade" sul marciapiede per occupazione di suolo pubblico; mentre in Emilia c'è chi paga un balzello per l'esposizione di merce in vetrina. Viene in mente la tassa su finestre e balconi ai tempi del duce.

L'imprenditore, residente nel nisseno, prima si stupisce, poi chiede consiglio, si documenta e parte all'attacco, con il ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Caltanissetta. Crede di trovare la sua salvezza nell'articolo 6, comma 5, del Decreto legislativo 472/1997. Una sequela di numeri che sanciscono la non punibilità quando un "reato" viene commesso per cause di forza maggiore. Si sente in una botte di ferro e aspetta fiducioso l'esito della sua istanza. Tanto tempo ne ha.

La risposta che arriva, però, trafigge ancora le sue speranze: senza giri di parole nella lettera c'è scritto che l'istanza è stata respinta. Punto e basta. Per i giudici tributari, infatti, si può parlare di forza maggiore, e della conseguente impunibilità, "solamente in presenza di un evento causato dalla natura o dall'uomo, evento che non può essere impedito, anche se fosse possibile prevederlo". Lo stato di detenzione, infatti, impedisce di esercitare l'attività imprenditoriale ma non di adempiere agli obblighi fiscali. Altrimenti chissà quanti si presenterebbero alla soglia dei vari "Ucciardoni" per chiedere asilo momentaneo, giusto il tempo di irridere all'erario. Fine della storia, l'uomo deve rassegnarsi a pagare oppure a prolungare la sua condizione di ospite a spese dello Stato. Morale: non c'è speranza, il fisco ci scova ovunque per presentarci imperturbabile i suoi esosi conti. Nessun posto è sicuro, nemmeno dietro quelle sbarre che tagliano a fette il cielo. E d'ora in poi, attenti all'ombra.