di Matteo Pucciarelli e Giovanna Vitale
La Repubblica, 24 febbraio 2022
Il caso Open-Renzi è solo uno dei fronti. L’ex premier: “Non ci interessa parlare di politiche astratte”. Enrico Letta avrebbe voluto che i giallorossi votassero allo stesso modo sul caso Open, cioè astensione.
Invece due giorni fa in Senato le strade di Pd e 5 Stelle si sono divaricate, col segretario dem rimasto in mezzo a due fuochi: da un lato, un pezzo del suo stesso partito propenso a disattendere gli ordini di scuderia, dall’altro Giuseppe Conte che, reduce da un vertice di quasi due ore con i suoi cinque vicepresidenti, ha ritenuto impraticabile non prendere una posizione netta contro l’arcinemico Renzi. Frattura che ha finito per scatenare forti malumori su entrambi i fronti. “Possiamo anche parlare di politiche astratte, come la questione del campo largo, ma se questo significa solo confrontarsi su politiche annacquate allora noi non ci stiamo, non ci interessa”, alza il tiro nel day after l’avvocato, deluso per la sconfitta in Aula.
“Chi vuole lavorare con noi faccia chiarezza”, è la sfida. In linea con quella lanciata pochi giorni prima sui referendum giustizia, contro i quali Conte aveva subito schierato il Movimento, senza neppure avvisare gli alleati. Un blitz che aveva obbligato Letta ad allinearsi (anche a costo di far imbufalire i suoi sindaci, ostili alla legge Severino) pur di evitare il crack della coalizione su un tema tanto delicato. Per di più alla vigilia dell’esame in Parlamento della riforma Cartabia.
“Siamo sull’orlo di una guerra che colpisce al cuore l’Europa, con tutto quel che sta accadendo trovo lunare che si facciano polemiche sulle nostre beghe interne”, fra trapelare un certo fastidio il segretario pd. Lui ci aveva provato a trovare un accordo sul conflitto di attribuzione. Lunedì scorso, nel corso di una lunga telefonata, aveva spiegato a Conte quanto fosse importante individuare una posizione comune, come già era accaduto nella Giunta per le immunità. Ma il capo dei 5S non aveva voluto sentire ragioni. E così, allertato dalla capogruppo Simona Malpezzi (“Guarda che 28 dei nostri sono pronti a votare comunque per Renzi”) Letta ha schierato sul sì il Pd. Che altrimenti avrebbe rischiato di spaccarsi. Anche se due big - la responsabile Giustizia Anna Rossomando e Luigi Zanda - hanno preferito defilarsi e disertare il voto.
Con lo sguardo rivolto al 2023, l’inquilino del Nazareno sta facendo ogni sforzo per tenere assieme i centristi (da Italia Viva ad Azione) con M5S e sinistra. E con le amministrative alle porte, non poteva certo schierarsi contro Renzi. Mentre Conte da settimane cerca di smarcarsi per riaffermare l’identità un po’ appannata del Movimento: un modo per rispondere a chi, dentro i 5S lo accusa di essersi troppo appiattito sul Pd. L’alleanza resta dunque in piedi perché non ci sono alternative, ma con un registro comunicativo diverso, più aggressivo anche nei confronti degli alleati. “La gente alle Politiche dovrà scegliere tra Conte-Letta e Salvini-Meloni e se il giudizio sarà sulla credibilità allora la bilancia non potrà che pendere a nostro favore”, ragiona il sottosegretario Carlo Sibilia. “L’importante è concentrarsi su quattro o cinque temi.
È su quello che si costruiscono gli accordi, non sulle poltrone”. Con il Movimento in calo verticale nei sondaggi, il tentativo è di rivitalizzarne il posizionamento marcando di più il territorio, in un contesto dialettico con i partner di schieramento. “È un metodo che funziona. Sul salario minimo, ad esempio, Letta ci sta seguendo. Ora però vediamo se i suoi parlamentari saranno conseguenti, togliendo gli emendamenti al ddl Catalfo”, nota perfido un contiano.
Questo continuo agitarsi, però, è ormai diventato sinonimo di inaffidabilità per molti parlamentari dem. I quali “meno male che Di Maio c’è”, ripetono, vedendo nel ministro degli Esteri un elemento stabilizzatore dell’alleanza. “Mica è un caso se, complice la crisi ucraina, lui ed Enrico hanno iniziato a sentirsi regolarmente”, confida un membro della segreteria Letta. A preoccupare, è il ritrovato asse tra Conte e Di Battista, il capopopolo che se dovesse rientrare nel M5S - e lo farebbe solo se il suo ex partito scaricasse Draghi e il Pd - manderebbe gambe all’aria ogni progetto di coalizione.
Un epilogo che, a conti fatti, potrebbe non dispiacere a parecchi, anche fra le fila democratiche. Dove, non solo i filo-renziani, si punta sulla modifica della legge elettorale per guardare al Centro e divincolarsi dall’abbraccio grillino. Anche se, fa notare malizioso un alto in grado del Movimento, “il proporzionale fa gola a tutti, non solo a loro: poter compilare le liste senza dover contrattare i collegi con gli alleati non è una roba da poco”.









