di Totò Cuffaro (detenuto a Rebibbia)
Il Garantista, 25 marzo 2015
La testimonianza di chi, a Rebibbia, vede il dolore di chi non ha futuro. "L'ergastolo è un omicidio di stato che si realizza attraverso il suicidio. Ma questa non è libertà, è tortura"
Abolire l'ergastolo o ipocrisia fine pena 9999: speranza che conosce la canzone del mio cuore e me la canta. Giovedì 2 aprile papa Francesco, che ha abolito nel suo Stato l'ergastolo, verrà a Rebibbia a lavare i piedi a 12 detenuti ergastolani, fine pena 9999, e a celebrare la Santa Messa.
Ogni detenuto continua a sperare che ci sarà un giudice a Berlino. Ma c'è Berlino? Se lo chiede ogni giorno il detenuto del "fine pena mai", che ormai da anni guarda passare altri detenuti, e ancora purtroppo ne vedrà, ed è anche lui seduto con me sul sedile di cemento del cortile.
Anche lui, per cui il desiderio sempre, così prevede lo Stato, dovrà rimanere tale, desidera come me la libertà; per lui però, purtroppo, il desiderio è solo ricordo e deserto e non futuro e mare. Solo di un'onda può godere, quella che rifluisce dai ricordi. sol di questa si bagna, si imbeve e si dilata il suo desiderare. Il suo desiderio è fermo nel passato, il passato lo alimenta e lo contiene; nel passato è scritto con tagli e virgole, e solo nel passato è vissuto ogni segmento del suo desiderio. Sono fiducioso, anche se solo un po', per il mio amico detenuto "fine pena mai", un giorno anche lui potrà desiderare il futuro e il mare.
È impossibile vivere in carcere senza la speranza di poter tornare liberi, eppure si vive anche se non tutti lo fanno per sempre. Al devastante effetto causato sulla testa dalla pena dell' ergastolo, si aggiunge la condizione inumana del luogo e la consapevolezza insana e spietata di dover vivere per sempre sospesi e cancellati dal mondo. Vivere in un posto lugubre, in un "marcitoio" dove con una incredibile forza della natura i detenuti "fine pena mai" si aggrappano alla esistenza con una voglia di vivere, quelli che scelgono di farlo, che ha dell'immaginifico, del miracoloso.
La vita per loro scorre calma, ordinata, apatica, tra porte blindate e cancelli che si aprono e si chiudono con un rumore ormai familiare. Questi che sono i tanti, sono quelli che non crollano e che superano e vincono la tortura di una attesa senza fine, anche loro però non rinunciano alle urla, alle imprecazioni. alla disperazione, e non rinunciano alla preghiera e con essa a poter credere in una speranza senza speranza, e a chiedere patetiche e inutili domande di grazia. Altri che sono pochi, ma non pochissimi, cercano, incontrano e aggrappano la morte, la scelgono una sola volta per non morire ogni giorno sino alla morte, per non morire più volte e sempre
È fatica tenere in vita la vita quando è reclusa in una cella, per i "fine pena mai" è una fatica inumana. Tanti nelle carceri pensano alla morte, "i fine pena mai" più degli altri, hanno più motivi e più tempo per farlo; specialmente la notte, quando il carcere assassino colpisce l'anima, la notte quando i motivi per morire sono più forti delle ragioni per vivere, perché la notte, in carcere, la morte non è come fuori, è liberatoria. Nessuno, se non l'ha provata, può capire quando sia pesante, lunga, infelice e infausta la notte in carcere.
È la notte, che il detenuto che sceglie di morire dice, in cuor suo, ai suoi compagni le parole di Socrate anche senza sapere che sono del filosofo: "È giunta l'ora di andare ciascuno di noi per la sua strada, io a morire, voi a vivere, che cosa sia meglio solo Iddio lo sa"; ma non per sempre tutti rimarranno nella strada della vita. Ho visto in questi miei anni di carcere, dopo aver vissuto e sofferto con loro, i loro cadaveri portati via; uomini che il giorno prima vivevano, morti per loro scelta: impiccati nelle celle, con le vene tagliate, per inalazione di gas, soffocatisi nei modi più impensabili. Immagini reali e orribili di morte di chi per paura di vivere una non vita aveva scelto di non vivere. A volte nelle notti più impervie mi sembra di vedere le loro anime sulla rive del fiume Stige, che inquiete e sprovvedute mercanteggiano con Caronte.
Le rivedo e ne ricordo di alcuni il sorriso, di altri il dolore e di altri ancora il fastidio di vivere, e li vedo tutti insieme intenti ad attraversare le acque dello Stige, fiume le cui acque per la mitologia greca separano il mondo dagli inferi, e però rendono immortali, come è stato per Achille, se in esse ti immergi da bambino.
Li vedo e penso che immergendosi nelle acque dello Stige per attraversarlo diventeranno immortali, perché anche se non sono bambini sono innocenti come i bambini: sono detenuti che hanno cercato la libertà nella morte. Mi piace pensare con Fabrizio De Andre che stanno attraversando "l'ultimo vecchio ponte" e che troveranno ad attenderli chi dirà loro, baciandoli in fronte, "venite in Paradiso lì dove sono anch'io, perché non c'è l'Inferno nel mondo del buon Dio".
Il carcere toglie la vita perché è senza vita. Non so se è vero che nel nostro Paese non c'è la pena di morte se consideriamo che nelle carceri italiane muoiono ogni anno per suicidio più persone di quante ne vengono giustiziate con la pena di morte nei Paesi dove ancora c'è.
Il "fine pena mai" è come se fosse un omicidio programmato dallo Stato ma che aspetta di essere realizzato dal suicidio. Come se fosse una pena di morte la cui esecuzione viene lasciata alla libera scelta dell'ergastolano, alla sua libera determinazione, perché così il nostro Stato nella sua ipocrisia può sentirsi un Paese dove al suo popolo viene garantita sempre la libertà e il diritto alla vita. Ipocrisia di un Paese che si iscrive tra quelli che chiedono una moratoria per la pena di morte e nel contempo mantiene l'ergastolo che è una morte con una lunghissima pena.
È vero, la libertà è vita: ma non è libero un uomo che per essere libero deve togliersi la vita.
Nessun uomo ha il diritto di togliersi la vita, perché la vita non è sua. L'esistenza però è dell'uomo, è il carcere su mandato dello Stato ai detenuto "fine pena mai" toglie l'esistenza, cioè il vivere, perché lo lascia morire in carcere. La Giustizia dello Stato non ha il diritto di mettere l'uomo nelle condizioni di togliersi la vita, di costringerlo a essere esecutore del suo programma di morte, e facendolo non può continuare a sostenere che è uno Stato dove non c'è la pena di morte.
Il nostro magari sarà, giuridicamente, un Paese dove non c'è la pena di morte, ma è certamente uno Stato che moralmente ed eticamente la prevede, perché con l'ergastolo spinge il detenuto "fine pena mai" al suicidio, facendolo diventare l'esecutore della sua morte.
Una Legge perché renda responsabile lo Stato che la deve far rispettare e. etica, la politica che la vuole, deve essere una Legge in grado di far vivere e di viversi. Mi vado sempre più convincendo che si arriverà a guardare alla pena torturale dell'ergastolo con lo stesso imbarazzo e la stessa perplessità con cui oggi si guarda all'applicazione della vecchia tortura. Sono però, purtroppo, convinto che per quanto molti oggi riconoscano l'inumanità e l'arretratezza di un'esecuzione di pena superata qual è la condanna a vita in carcere, questa nostra società che crede di essere civile non sia ancora pronta a scegliere e applicare una soluzione cristiana al problema della pena.
Per avere la capacità di modificare la pena del carcere a vita introducendo una pena più razionale e più rispondente a Giustizia manca ancora alla nostra società una volontà più propensa al perdono, l'esperienza e la conoscenza per acquisire questa volontà, il coraggio per metterla in pratica. La classe dirigente politica invece di stimolare e guidare la società nella ricerca di questa volontà, finisce col subirne il condizionamento.
La sensibilità dello Stato è arrivata, bontà sua, al punto di decidere di cambiare la dicitura fine pena mai", ora sulla data di scarcerazione c'è scritto anno 9999: che grande ipocrisia. Ha tolto "fine pena mai" per non demoralizzare il detenuto con condanna all'ergastolo, ma per non rischiare che possa uscire ha messo una data che sa molto di presa per il culo. Penso che la libertà sia il più grande dono che abbiamo ricevuto dalla vita, e che nessuno, neanche lo Stato, debba avere il potere, e ancor più il diritto, di negarla e toglierla per sempre, a nessuno, per nessun motivo. Sarebbe altrimenti una ben magra libertà e non il dono di Dio, per questo penso che Lui possa aiutarci a superare questa non compiuta idea di difesa e di supremo valore del bene della libertà, e rendere possibile il miracolo di una presa di consapevolezza piena della nostra coscienza sulla libertà, per questo sono fiducioso che prima o dopo anche questa nostra società riuscirà a difendere il suo bene più prezioso e ad abolire l'ergastolo. È questa la speranza che conosce la canzone del mio cuore e me la canta, quando vivo con questi miei compagni che hanno un "fine pena mai" e il cuore soffre per loro più del dovuto.
I detenuti per sempre, essere umani come noi, non hanno la capacità di fermare la vita, hanno il potere di fermare il corpo, possono stare fermi, pazienti o impazienti, hanno il potere di stare immobili nelle loro celle. Vite fermate, prima che la vita le fermi.
Non sono uccise e non si uccidono, ma stare così per sempre, per tutta la vita, è come morire. Si è morti senza morire. Queste vite possono essere salvate e riportate in vita solo dall'amore, solo l'amore di una società rinnovata alla coscienza da un Amore più grande può rianimarle, solo un miracolo dell'Amore può farlo, con la sua speranza di vita.
Il silenzio che vivo dentro di me mi fa compagnia e come un suono triste, leggero e inquietante mi porta a perdermi in un silenzio più grande sul quale mi arrampico per raggiungere il miraggio di una pace illusoria sotto lo sguardo incurante delle figure della costellazione del cielo che tante volte ho guardato risplendere dalla mia terra, e che ora mi appaiono fredde e spogliate delle loro veste celesti. Nei giorni più difficili la fiducia sbiadisce e sommersa d'irrealtà perde di consistenza.
Una sensazione intensa e impetuosa mi trascina nel flusso cupo del carcere e mi lascia stordito, anche se avverto sempre spiragli di lucidità nei meandri del mio cervello. I miei compagni detenuti ergastolani, "fine pena mai", fine pena 9999, mi aiutano a sperare.










