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di Marta Bicego

 

Verona Fedele, 20 gennaio 2015

 

Tra molti dubbi, una certezza: gli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) devono chiudere. Dovevano "sparire" già il 31 marzo del 2013, data che poi è slittata al 1° aprile dello scorso anno. Adesso, dicono, ci siamo. Dove è il problema? Capire, alla scadenza del 31 marzo dettata dal legislatore, da quali strutture dovranno essere sostituiti.

Nati a fine anni Settanta sulle macerie dei manicomi criminali, in Italia ne esistono sei: a Montelupo Fiorentino; in provincia di Caserta, ad Aversa; a Napoli e Reggio Emilia, nel Messinese a Barcellona Pozzo dì Gotto e nel Mantovano a Castiglione delle Stiviere. Sulla carta gli Opg sono destinati al recupero delle persone affette da malattie psichiatriche che hanno commesso reato. Di fatto, negli anni, varie associazioni sì sono mobilitate per la loro definitiva chiusura. E sono stati definiti "luoghi orrendi, non degni di un Paese appena civile" dallo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Secondo il dossier a cura del Coordinamento interregionale della Sanità penitenziaria, gli Opg italiani contavano al 31 dicembre 2013 un totale di 1.051 presenze. A questi internati si rivolge in particolare la legge Marino, che ha messo lo stop agli ospedali psichiatrici giudiziari e ha annunciato la nascita in ogni regione di Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitarie (Rems).

Tra proroghe e nulla di fatto, si arriva all'oggi. E agli interrogativi: "Come affrontare la questione?" si chiede in prima battuta il professor. Carlo Andrea Robotti. Psichiatra forense, esperto in criminologia e già direttore del primo Servizio psichiatrico di Verona, è nel comitato scientifico del convegno "Brutti sporchi e cattivi. Viaggio attorno alla pericolosità sociale", in programma il 23 gennaio al Polo Zanotto.

Altro nodo importante, prosegue accennando ai contenuti dell'incontro promosso da associazione e Casa don Giuseppe Girelli "Sesta Opera", è quello della custodia: "Cosa fare davanti a una persona che ha commesso reato, ma è incapace di intendere e volere dunque penalmente non perseguibile, che fugge? Il problema non è stato ben chiarito dal legislatore". A ciò si unisce l'incognita della continuità della cura, necessaria soprattutto in quei soggetti che non hanno coscienza della propria malattia e magari interrompono l'assunzione di farmaci. Inoltre, fa notare, anche l'emarginazione di individui considerati pericolosi può rivelarsi un'arma a doppio taglio.

A molte domande, spiega Robotti, si cercherà dì rispondere al convegno. "La mia visione - aggiunge - riprende quella scandinava. Chiunque commetta reato, ne deve rispondere. In presenza di una patologia psichiatrica, alla pena correlata al reato, ci dev'essere l'obbligo della cura". Da attuare in carcere con un percorso preciso, prosegue, che preveda il passaggio a comunità terapeutiche esterne con diversi livelli di sorveglianza. A preoccupare lo psichiatra sono soprattutto ì rischi di recidiva, specie in soggetti affetti da schizofrenia e da gravi disturbi della personalità che necessitano di costanti terapie. Proprio per arginare episodi di violenza o aggressività, verso se stessi o gli altri.