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di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2015

 

Di "giallo" è forse (ancora) improprio scrivere. Di certo però neppure oggi il ministero della Giustizia depositerà l'emendamento sul falso in bilancio. Uno slittamento dovuto, si fa sapere a via Arenula, per attendere il via libera definitiva che il consiglio dei ministri dovrà dare al decreto sulla tenuità del fatto.

Se si tratti di tattica è tutto da vedere, però un rischio è certo: l'allungamento dei tempi di approvazione di un provvedimento, quello con la disciplina anticorruzione, nel quale deve essere inserita anche la nuova disciplina del falso in bilancio. Il provvedimento è già stato calendarizzato per l'Aula nella prossima settimana e si tratta oltretutto di uno slittamento di una decina di giorni rispetto a quanto era stato previsto in un primo tempo. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando si era già speso per assicurare un'approvazione in tempi rapidi, ma a questo punto il rischio è che tutto torni in alto mare.

Già alla commissione Giustizia del Senato, dove il disegno di legge è in discussione, l'ostruzionismo di Forza Italia sta rallentando i lavori. Ufficialmente proprio per l'inerzia prima e il ritardo ora del Governo nello scoprire le carte su un testo che dalla scorsa settimana è stato oltretutto ampiamente diffuso. Situazione paradossale forse, ma che ieri sera alimentava le voci su un possibile cambiamento del testo.

Finora, comunque, sono stati approvati pochi ma significativi emendamenti al testo originale del disegno di legge Grasso. Tra questi l'innalzamento di 2 anni sia nel minimo sia nel massimo delle sanzioni per l'ipotesi base di corruzione, facendo lievitare la pena sino a 10 anni, con conseguenze immediate di allungamento della prescrizione, anche al netto delle nuove regole che giovedì saranno oggetto alla Camera di un ultimo passaggio con il mandato al relatore prima dell'approdo in Aula, anch'esso previsto per la prossima settimana.

E ieri la presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti ha rivendicato la scelta di aumentare i termini per alcuni dei principali reati contro la pubblica amministrazione (corruzione propria e impropria e in atti giudiziari), votata la scorsa settimana con il dissenso di Ncd e Udc: "non è più tempo di rinvii, la politica si assuma le sue responsabilità. Fondamentale è la credibilità dello Stato che viene compromessa se non riesce ad accertare un reato così grave perché è mancato il tempo".

Nel merito, la bozza dell'emendamento sinora nota prevede una tripartizione delle sanzioni. Nel caso delle società quotate la pena arriverà a un massimo di 8 anni e partirà da un minimo di 3; mentre nelle società non quotate dovrebbe restare il tetto di 5 anni con un minimo di 1. Limite di 5 anni che è cruciale per poter applicare l'archiviazione per tenuità del fatto che il Consiglio dei ministri potrebbe approvare già giovedì in via definitiva e in attesa della quale sarebbe slittato l'emendamento stesso.

In questo modo non sarebbero più punibili le false comunicazioni sociali, verificatesi in società non quotate, e caratterizzati da condotta non abituale e a limitata portata offensiva. In ogni caso, per i fatti di lieve entità è anche prevista, sempre nelle non quotate, l'applicazione di sanzioni ridotte, fra 6 mesi e 3 anni. Sanzioni elevate ma non troppo (certo non fino agli 8 anni dell'emendamento del governo), procedibilità d'ufficio, irrilevanza del danno, limite ai soggetti attivi.

A un confronto allargato sulle principali legislazioni straniere in materia di falso in bilancio, emergono alcuni spunti di riflessione da tenere magari presenti anche in una prospettiva di riforma, come quella in cui si sta muovendo il Senato. E allora, riferendoci soprattutto al perimetro delle società quotate (ma in molti ordinamenti non è riconosciuta una specificità), va messo in evidenza che a sanzionare in maniera più severa le condotte di falsificazione delle comunicazioni sociali sono i Paesi di common law, Gran Bretagna e Usa, sede non a caso dei principali mercati finanziari.

Così, se in Gran Bretagna la pena massima è fissata a 7 anni, negli Stati Uniti il carcere può arrivare a 20 anni, quando il reato è stato commesso con piena consapevolezza o con l'intenzione di ingannare i destinatari delle comunicazioni. Più ridotte le sanzioni in Spagna e Germania, 3 anni al massimo di reclusione, con la via di mezzo della Francia che pone l'asticella a 5 anni. Negli Stati Uniti sono assai rilevanti anche le misure pecuniarie che possono toccare i 5 milioni di dollari nei casi più gravi.

Per quanto riguarda la natura del reato, questo è pressoché unanimemente considerato di pericolo e la procedibilità a querela, attualmente inserita nella legislazione italiana ma non per le quotate, non esiste all'estero dove la magistratura può sempre intervenire d'ufficio. I soggetti attivi sono generalmente gli amministratori e i direttori finanziari, compresi gli amministratoti di fatto, mentre in nessun ordinamento sono comunque previste delle soglie di esenzione dalla punibilità.