di Vincenzo Maria Siniscalchi
Il Mattino, 24 febbraio 2021
Pareva segnato il destino della Giustizia italiana come "immodificabile" e come paradigma amaro del fallimento di ogni tentativo di ritornare ad una Giustizia fatta di ragionevolezza delle regole, di responsabile riferimento ai diritti della società, pilastro della struttura costituzionale dello Stato repubblicano. Pareva che si spegnesse lentamente l'attesa del recupero elementare di una credibile giurisdizione.
Alla giustizia penale, in particolare, ridotta a mero campo di esercizio di prepotenze contro-riformatrici (riferibili ad esempio allo stravolgimento di un istituto giuridico come quello della prescrizione) ed anche l'abbandono di ogni adeguata riflessione sulle avvilenti condizioni della detenzione documentate con encomiabile fermezza e corretta analisi dal garante Mauro Palma e dai rappresentanti regionali del medesimo istituto di garanzia delle condizioni della carcerazione in Italia. Qualcuno scrive che per la Giustizia occorrerebbe dare vita ad un nuovo "umanesimo" che conferisca senso reale alla lotta per l'affermazione del diritto. È una proposta di alto valore culturale e morale.
È una proposta di indiscutibile responsabilità eppure, senza volare a quote troppo elevate, sta diventando maturo il tempo di riforme anche minimali che scuotino in special modo, per ciò che attiene al processo penale, il vero e proprio blocco di ogni percorso di recupero a fronte della vera e propria sospensione del diritto che si esprime nella irragionevole durata dei processi!
Chiara la violazione dell'art. 111 della Costituzione, la limpida norma che rispecchia la regola europea e delle statuizioni della C.E.D.U. In speciale modo negli ultimi anni, con l'abdicazione completa del dibattito legislativo a favore della decretazione di urgenza (e con l'astratta conflittualità tra "giustizialisti" e "garantisti") si è sostanzialmente aggredito il processo penale ormai garanzia solo simbolica per i cittadini che vi sono coinvolti sia dello Stato repubblicano che da questa deriva oscurantista registra la sconfitta più mortificante della sua credibilità, in una Magistratura sempre più devastata nei suoi fondamentali valori di garanzia costituzionale.
Il Presidente del Consiglio, professor Draghi, nei suoi decisi e chiari interventi programmatici innanzi alle Camere e la professoressa Cartabia Ministra della Giustizia, hanno richiamato l'attenzione sulla necessità di recuperare metodi corretti di accelerazione delle procedure per contenere l'inaccettabile lunghezza del processo penale ma anche sulle altrettanto inaccettabili complicazioni del processo civile ed amministrativo che scontano, tra l'altro, il peso dei lacci e lacciuoli che quelle procedure deprimono.
Porre riparo a queste anomalie significherebbe, a parte le ragioni di ripresa di una credibilità della giurisdizione, collegarsi alle ragioni di fondo dei piani europei di sviluppo. In sede parlamentare è stato accantonato conia proposta contenuta per ora in un significativo e vincolante "ordine del giorno", il problema del recupero alla dignità giuridica dell'istituto della prescrizione. Prima dovrà porsi riparo con urgenza alla costruzione di un quadro legislativo organico e compatibile con la situazione generale per una riforma processuale penale con un impianto organizzativo dopo la individuazione dei "tempi morti".
Possiamo indicare tre punti centrali, che ad avviso dei molti esperti, potrebbero cancellare i ritardi che l'esperienza di ogni giorno fa ricadere su difetti strutturali del processo penale. E si tratta in sintesi: a) di intervenire sulla dilatazione dei tempi prodotti da una arcaica sovrabbondanza di notifiche che soprattutto nei processi con pluralità di imputati potrebbero essere contenute con una più intensa applicazione informatica.
La dispersione dei tempi in questi casi produce rinvii che incidono sulla ritardata trattazione delle udienze più utili; quelle per la valutazione delle prove, problema centrale del processo a tendenza accusatoria come il nostro; b) nella fase delle indagini preliminari, vanno rese perentorie le decadenze dei termini di durata delle indagini stabilendo un contenimento delle richieste di proroghe previste per legge individuando un termine per le deleghe alla Polizia Giudiziaria da parte del P.M. In caso di delega alla P.G. (ad esempio per intercettazioni telefoniche o, comunque, per captazioni informatiche) la P.G. dovrà relazionare in sintesi senza operare commenti, interpretazioni, valutazioni che competono al P.M. delegante; c) valorizzare tutti i sistemi informatici, specialmente in fase di giudizio di appello, al fine di potenziare (salvo il caso di rinnovazione del dibattimento) il processo "a distanza".
Ecco, in estrema sintesi, qualche indicazione per un percorso che si ponga lo scopo di iniziare e concludere in termini di tempo ragionevoli il "giusto processo". Dalla Ministra Cartabia che, da costituzionalista di riconosciuto impegno etico e culturale, da componente e poi Presidente della Corte costituzionale, pensiamo che, proprio in attuazione di quel "moderno meccanismo" di cui si parla, possiamo attenderci una attenzione sensibile per quei primi passi che occorrono per risalire la china. E siamo sicuri che dalla Cartabia, di cui tutti ricordiamo, le limpide pagine scritte con i commenti ai Viaggi nelle carceri italiane (pagina di civiltà indimenticabile che onora la Corte Costituzionale), si apra finalmente un percorso di vero recupero in senso umanistico e riformatore per il mondo delle carceri italiane che si nutra del precetto costituzionale riassunto dall'articolo 27, comma 3 della Carta.











