di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 9 settembre 2026
Non è un tribunale “parallelo” o una scorciatoia per evitare il processo. E nemmeno una forma mascherata di indulgenza nei confronti di chi ha commesso un reato. La giustizia riparativa prova a introdurre nel sistema penale chi molte volte è rimasto ai margini: la vittima. A Napoli questa nuova filosofia diventa realtà con l’attivazione del “Centro per la Giustizia Riparativa”, uno dei primi istituiti in Italia a seguito della riforma Cartabia. Promosso dal Comune di Napoli, che ha stanziato 224mila euro, il Centro è stato presentato questa settimana a Palazzo San Giacomo alla presenza, tra gli altri, della presidente della Corte d’Appello Maria Rosaria Covelli, del sindaco Gaetano Manfredi, dell’assessora alle Politiche sociali Chiara Marciani e del presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati Carmine Foreste. La struttura è gestita attraverso una collaborazione tra l’Ats Tarita e la Fondazione Don Calabria.
Il Centro è attivo dallo scorso aprile e le attività operative sono partite a giugno. Sono inoltre previste sedi distaccate a Quarto e Casal di Principe. Attualmente sono 22 i casi presi in carico, 14 dei quali riguardano l’area minorile. La novità introdotta dal decreto legislativo 150 del 2022 è soprattutto culturale. La giustizia riparativa non guarda soltanto al rapporto tra Stato e autore del reato, ma cerca di ricostruire ciò che il reato ha spezzato: il rapporto tra la vittima, l’autore dell’offesa e, in determinate forme, la stessa comunità. Il percorso è volontario, consensuale, gratuito e riservato. Al centro c’è un mediatore terzo e imparziale, adeguatamente formato, che accompagna le persone coinvolte nel confronto.
La vittima non viene più considerata soltanto come il soggetto che fornisce la propria testimonianza nel processo o che attende un risarcimento. Può diventare protagonista di un percorso nel quale raccontare il danno subito, confrontarsi con le conseguenze del reato e, quando le condizioni lo consentono, incontrare la persona indicata come responsabile dell’offesa. La giustizia riparativa, inoltre, può essere attivata in ogni fase del procedimento, dalle indagini preliminari sino all’esecuzione della pena e anche successivamente. Non è quindi alternativa al processo penale: lo affianca. L’eventuale esito riparativo può avere rilevanza nel procedimento e nella valutazione della pena, ma la mancata partecipazione, l’interruzione del percorso o l’assenza di un accordo non possono trasformarsi in un elemento automaticamente sfavorevole per la persona indicata come autore dell’offesa.
Il principio della volontarietà è quindi essenziale. Anche quando l’autorità giudiziaria indirizza le persone verso il programma, sarà poi necessario verificare che il consenso sia effettivamente libero e informato. Il mediatore ha dunque il compito di creare le condizioni perché le parti possano affrontare le conseguenze del reato. A Napoli la scommessa è particolarmente significativa anche per la presenza di una forte criminalità minorile. La dimensione riparativa può intrecciarsi con la messa alla prova, con i percorsi educativi e con il reinserimento sociale. Il modello, per funzionare, ha però bisogno di una rete: occorre che magistrati, avvocati, uffici penali, istituti penitenziari, Uepe, servizi sociali e realtà del Terzo settore sappiano quando e come indirizzare un caso verso il percorso riparativo.
Per questo la formazione degli operatori sarà decisiva. Il ministero della Giustizia ha istituito un apposito elenco nazionale dei mediatori esperti e nel giugno scorso ha emanato linee guida per le articolazioni territoriali. Via Arenula, ad oggi, ha poi programmato l’apertura di 36 Centri sul territorio nazionale. “L’inaugurazione di questa struttura rappresenta un passaggio di straordinario valore civile e giuridico per la nostra comunità”, ha dichiarato Foreste. La figura del difensore ha una funzione di garanzia imprescindibile. Spetta infatti all’Avvocatura il compito di orientare l’assistito nell’accesso ai programmi riparativi, vigilando sulla volontarietà dell’adesione, sul rispetto della riserva di riservatezza delle dichiarazioni rese nel percorso e sulla rigorosa tutela dei diritti dell’imputato e della persona offesa in ogni stato e grado del procedimento. “Come Avvocatura napoletana assicuriamo la massima disponibilità a collaborare con le istituzioni cittadine, la magistratura e gli operatori del Centro”, ha aggiunto Foreste, ricordando che “il Consiglio promuoverà tempestivamente percorsi di formazione e aggiornamento dedicati al Foro, affinché Napoli si affermi come modello di innovazione giuridica, garanzia dei diritti e coesione sociale”.









