sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Fabio Fiorentin

Il Sole 24 Ore, 8 luglio 2024

La giustizia riparativa non ha natura giurisdizionale: i “paletti” messi dai giudici contribuiscono a frenare l’avvio dei programmi. Il procedimento di giustizia riparativa non ha natura giurisdizionale; si pone, piuttosto, in chiave di complementarietà “integrativa” del procedimento penale, nel quale si può innestare in qualsiasi stato e grado si trovi. I programmi riparativi e le attività ad essi connesse appartengono, dunque, non al procedimento penale, ma “all’ordine di un servizio pubblico di cura della relazione tra persone, non diversamente da altri servizi di cura relazionale ormai diffusi in diversi settori della sanità e del sociale”.

Lo ha affermato la Cassazione che, con la sentenza 24343 depositata il 20 giugno, pronunciandosi sulla disciplina introdotta dalla riforma “Cartabia” (decreto legislativo 150/2022), ha precisato le conseguenze di alcuni “paletti”, già in parte messi dalla giurisprudenza, che rischiano di frenare ancora l’avvio dei programmi di giustizia riparativa, già in stand-by a causa dei ritardi organizzativi accumulati sul fronte della istituzione dei Centri per la giustizia riparativa e dell’accreditamento dei mediatori.

Per la Cassazione, poiché l’oggetto e la finalità del percorso riparativo sono essenzialmente diversi da quelli del processo penale, non possono in entrambi operare gli stessi principi. Anzi, l’avvio del percorso di restorative justice può addirittura prescindere dalla sussistenza di un procedimento penale in corso. Ciò comporta - secondo i giudici - che, all’interno del procedimento riparativo, operino regole peculiari di norma non mutuatili da quelle del processo penale e, anzi, con esse spesso incompatibili: volontarietà, equa considerazione degli interessi tra autore e vittima, consensualità, riservatezza, segretezza.

Da tali premesse, la Cassazione - consolidando una linea interpretativa già affermata in precedenti pronunce (si veda Cassazione 6595 del14 febbraio 2024) - fa derivare una serie di ricadute sistematiche di notevole impatto operativo. Anzitutto, viene riaffermata la natura discrezionale, non gravata da alcun onere motivazionale, della decisione dell’autorità giudiziaria sull’invio della parte a un centro di mediazione (si veda anche Cassazione 25367 del 9 maggio 2023) e la conseguente non impugnabilità del provvedimento con il quale il giudice non accolga l’istanza della parte di invio a un Centro di giustizia riparativa, respingendo anche la domanda di sospensione del processo.

In secondo luogo, la Cassazione precisa che la giustizia riparativa non può essere richiesta alla Corte stessa né in sede di legittimità si può invocare la sospensione del procedimento penale pendente per consentire all’imputato ricorrente di partecipare ai percorsi riparativi. Durante il giudizio di legittimità, dunque, le parti dovranno rivolgere la relativa istanza al giudice che ha emesso il provvedimento impugnato (articolo 45-ter, disposizioni di attuazione del Codice di procedura penale), ovvero potranno attivarsi nella fase esecutiva, a valle del passaggio in giudicato della sentenza di condanna (così anche Cassazione 16704 del 26 marzo 2024).