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di Valentina Alberta*, Adolfo Ceretti**, Chiara Valori***

Il Dubbio, 26 febbraio 2026

Non si poteva certo pretendere entusiasmo rispetto alla conferenza stampa che, con più di due anni di ritardo rispetto al termine dell’estate 2023, finalmente dà una prospettiva alla effettiva attuazione diffusa della pratica della giustizia riparativa, riconosciuta in una propria disciplina organica con il D. Lgs. n. 150 del 2022. Non foss’altro a causa del tempo trascorso, tuttavia non inutile, se si pensa alle decine di casi gestiti tra l’altro dal Centro per la giustizia riparativa del Comune di Milano, sotto l’ombrello dello schema operativo adottato da avvocati e magistrati milanesi, oppure alla importante decisione delle Sezioni Unite della Cassazione depositata qualche giorno fa, che ha ripreso tutti gli snodi della disciplina per giungere a riconoscere nell’accesso alla opportunità riparativa un vero e proprio diritto, e dunque la impugnabilità dell’ordinanza di diniego dell’invio.

Non ci si aspettava però neppure una bocciatura sonora, sottolineata con una presentazione semplicistica della relazione del Garante dell’Emilia Romagna (che certamente evidenzia problemi sui quali occorre riflettere) e con la drammatica narrazione dettagliata di un caso specifico, senza la piena conoscenza della vicenda.

Un uso strumentale che non dovrebbe riguardare neppure le vicende penali, ma che, rispetto alla natura dei percorsi di giustizia riparativa, delicati e riservati per legge, rischia di fare danno alle persone coinvolte e alla fiducia nello strumento. Soprattutto, ci sorprende che non si sia dato atto del fatto che, oltre a prevedere requisiti di professionalità dei mediatori penali certamente rassicuranti, il decreto Cartabia ha previsto il riconoscimento di quelli già operanti sulla base di una domanda assoggettata a requisiti altrettanto rassicuranti. Solo chi sia in possesso di questi requisiti deve poter operare. Da Bolzano a Palermo, sono centinaia i mediatori che il Ministero ha ritenuto essere in possesso dei requisiti richiesti dalla riforma e che ha inserito nell’apposito elenco.

Costoro saranno certamente in grado di gestire, con assoluta professionalità, i casi inviati dalla magistratura ai Centri. Va aggiunto che la cultura della mediazione si è diffusa in modo abbastanza omogeneo, ma occorrerà del tempo affinché questa giustizia mite possa trovare un equilibrio all’interno delle dinamiche processuali e penitenziarie. Infine, l’articolo che presenta la conferenza stampa non tiene conto che i programmi svolti nelle carceri citate sono stati messi in atto prima della creazione dei Centri e dell’effettiva armonizzazione dei programmi, che potrà assestarsi solo a partire proprio dall’istituzione dei Centri.

E allora ci pare utile fare sentire una voce in dissenso, che parte dai casi affrontati a Milano per rappresentare una realtà diversa, con programmi reali, risorse investite e operatori preparati. Voce pronta a riflettere periodicamente su ogni criticità che emerga ma che coltiva l’idea che proprio nella fase di avvio finalmente nazionale non si possano valorizzare solo i problemi.

*Avvocata

**Professore

***Magistrata