sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alberto Mapelli


Corriere del Trentino, 5 ottobre 2019

 

Strage di piazza Fontana, l'esempio di Milani: "La giustizia riparativa aiuta a riconoscersi". "La violenza produce uno strappo nella società e nelle persone. Il processo giudiziario è importante ma non aiuta a riparare queste fratture. Il confronto volontario che sta alla base della giustizia riparativa si pone questo obiettivo". Manlio Milani, classe 1938, ha vissuto sulla propria pelle quello che vuol dire essere vittima di un reato. Il 28 maggio 1974 era in piazza della Loggia a Brescia. Tra le 8 vittime è presente il nome di sua moglie, Livia. Presidente dell'Associazione Familiari Caduti della strage, ieri Milani è intervenuto a Trento per parlare di giustizia riparativa.

 

Milani, perché è importante promuovere la giustizia riparativa?

"L'uomo è immutabile negli atti che compie. Senza giustizia riparativa vivremmo in una società con fratture non risolvibili tramite i soli processi giudiziari. Credo che ponendo al centro l'incontro volontario tra chi ha subito una violenza e chi l'ha compiuta, si esalta la capacità di riconoscerci come persone, di guardarci negli occhi. Questo confronto faccia a faccia umanizza le figure di vittima e colpevole l'uno all'altro e le aiuta a capirsi".

 

In Italia quanto peso viene dato a un tipo di giustizia così innovativo rispetto alla tradizionale visione del carcere?

"Siamo notevolmente in ritardo. C'è ancora la convinzione che la pena carceraria debba avere un carattere puramente punitivo. "Buttiamo via la chiave" è il sentimento comune. Serve far capire alle persone che se si riesce a far recuperare il valore di cittadinanza ad un colpevole di reato, egli potrà reinserirsi nella società".

 

È fondamentale il dialogo tra vittime e colpevoli?

"Sì, perché con l'incontro diretto si libera la vittima di parte del dolore subito, aiutandolo a comprendere le ragioni che stavano dietro al torto subito. La violenza subita non si dimentica. Anche il "carnefice", però, avrà un'esperienza diretta delle conseguenze che il suo gesto ha avuto. Il suo senso di colpa non viene annullato con questo incontro, però non significa che egli non possa essere riconosciuto di nuovo come cittadino".

 

Nella sua esperienza come vittima della strage di piazza della Loggia, in cui ha perso sua moglie Livia, ha avuto la possibilità di incontrare Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, condannati all'ergastolo per l'attentato?

"Maggi è stato impossibile, perché pochissimo tempo dopo la condanna è deceduto. Con Tramonte non c'è ancora stata la possibilità, ma non per volontà mia. Lui sa che io sono disponibile ad incontrarlo in ogni momento".

 

Secondo lei è possibile parlare di giustizia per una sentenza arrivata 43 anni dopo lo scoppio della bomba?

"Se parliamo in termini temporali è difficile definirla giustizia, perché per essere tale dovrebbe arrivare immediatamente. Vittime, società e lo stesso responsabile potrebbero rendersi conto delle conseguenze e intervenire per porvi rimedio. 43 anni dopo ti porti dietro le delusioni subite, soprattutto i processi finiti nel nulla per interferenze da parte di uomini legati alle istituzioni stesse. Allo stesso tempo si sono fissati dei punti fondamentali da trasferire nella storia".

 

Per lei, quindi, i responsabili sono stati individuati?

"Diciamo che Maggi e Tramonte sono sicuramente colpevoli. Il primo era responsabile di Ordine nuovo in Veneto, il secondo era uomo dei servizi segreti. Simbolicamente abbiamo coloro che hanno permesso che accadesse la strage di Brescia. Innegabile che ci sia ancora tanta strada da fare: non sappiamo ancora chi ha messo la bomba o in che modi si sono realizzati i depistaggi. La verità storica è una costante ricerca. Però la sentenza fissa alcune responsabilità. Da lì si deve partire per continuare a ricercare la verità".