di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 11 maggio 2024
L’importanza della finalità rieducativa “a cui tende la Costituzione”: gli interventi di Marta Cartabia e Gherardo Colombo. “Il passaggio dal carcere lascia sempre il segno” e può non “esasperare inclinazioni” rivolte alla violazione della legge ma anche “avere effetti desocializzanti”, anche alla luce del “sempre più grave sovraffollamento” degli istituti: per questo le pene sostitutive al carcere in caso di condanne brevi non solo sono perfettamente compatibili con l’articolo 27 della Costituzione, ma nella loro umanità sono anche “garanzia maggiore di sicurezza per la società”.
La sicurezza e la giustizia - questa la sintesi - non passano attraverso la vendetta. Cosi Marta Cartabia, presidente emerita della Corte Costituzionale e prima donna ministra della Giustizia nella storia della nostra Repubblica, ha commentato la sentenza della Consulta che appena poche ore prima aveva appunto affermato quella compatibilità. Ed è questo uno dei passaggi centrali del dibattito cui Marta Cartabia ha preso parte con l’ex magistrato Gherardo Colombo, fondatore tra l’altro dell’associazione Sulleregole, nell’ambito di Milano Civil Week 2024 dedicata alla Costituzione.
“Noi pensiamo sempre - che la pena ovvia da infliggere a chi ha compiuto un reato sia il carcere, ma nell’articolo 27 della Costituzione il carcere non è neppure nominato. La Corte dice oggi che il carcere è solo la forma più severa di pena, non soltanto perché priva una persona del bene più prezioso che è la libertà e quindi va contenuta nel minimo necessario ma perché una pena breve scontata in carcere non consente neppure quelle finalità rieducativa a cui la pena secondo la Costituzione deve tendere”. Al centro del dibattito il tema della giustizia riparativa, chiave di volta della riforma di due anni fa voluta da Marta Cartabia come ministra. “E purtroppo ancora adesso - ha sottolineato Gherardo Colombo - non sono stati fatti i decreti attuativi”.
Per spiegarla ai tanti giovani presenti a seguire l’incontro nella Sala delle Colonne di Palazzo Giureconsulti a Milano, l’ex magistrato ha precisato che in realtà si tratta di un “percorso liberamente scelto” che coinvolge vittima di un reato, autore del medesimo, ma anche la società esterna, con l’aiuto di un mediatore. “Le domande che si fa chi subisce un male sono due: perché mi hanno fatto questo? E perché proprio a me? Solo una persona può rispondere, e cioè chi il male lo ha compiuto. Naturalmente non è semplice creare le condizioni perché possa verificarsi un incontro, e neppure portarlo avanti. Ma se questo avviene è la strada per ricucire una ferita attraverso un riconoscimento reciproco”: riconoscimento del male compiuto e della vittima come persona, da parte dell’autore; e riconoscimento come persona anche dell’autore, da parte della vittima, laddove ne emerga la storia.
“Soprattutto ai giovani vorrei ribadire - ha aggiunto Marta Cartabia - che non c’è nessuna contraddizione tra una pena improntata al senso di umanità e l’esigenza di sicurezza da parte della società. Anche perché una pena sostitutiva rispetto al carcere è una risposta comunque certa e rapida, molto più di quanto non lo sia in carcere pe esempio nei tantissimi casi, oggi circa 90mila in Italia, di pene sospese in attesa di esecuzione: e che arrivano a essere applicate, paradossalmente, addirittura anni dopo la sentenza.
Magari interrompendo un percorso di recupero avviato nel frattempo”. Al termine sono arrivate le domande degli studenti e delle studentesse del liceo Allende Custodi, messe a punto nel corso del laboratorio Ri-Costituente svoltosi nelle ore precedenti all’incontro: “Esistono modelli diversi da quello italiano - hanno chiesto tra gli altri John e Toto - in altri Paesi del mondo?”. Colombo ha risposto citando l’esempio delle carceri norvegesi, con spazi comuni studiati apposta per consentire una vita simile quanto più possibile a quella fuori: “Se trascorro anni in una cella - ha detto - e poi vengo catapultato all’esterno, come posso pensare di riprendere la mia vita come se niente fosse?”.









