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di Nicola Munaro

 

Corriere del Veneto, 24 gennaio 2015

 

"Monitoriamo le strutture. Ma non alziamo altre barriere". Enrico Sbriglia, 59 anni, provveditore alle carceri del Triveneto, è l'uomo che tira le fila dei penitenziari della regione. È lui che coordina ogni movimento, comprese le misure di sicurezza nei momenti caldi. Come quello che sta attraversando il Due Palazzi, il carcere di Padova di nuovo nell'occhio del ciclone. Lo abbiamo intercettato mentre, per sua stessa ammissione, lascia Torino per raggiungere Padova: "Voglio capire cos'è successo in carcere, non mi piacciono le generalizzazioni".

 

Stiamo attraversando un momento in cui le tensioni sono a fior di pelle. Su tutte quella dettata dalla paura del confronto con il mondo musulmano, dopo la strage di Parigi: prefetti e questori hanno dato le loro linee guida per mantenere sicure le città, c'è un protocollo anche per l'amministrazione penitenziaria?

"Il problema islamico lo sentiamo. Dal Dap (il dipartimento che governa le carceri d'Italia) sono arrivate disposizioni a monitorare ciò che accade negli istituti di pena, evitando così di permettere scenari di reclutamento e diffusione della cultura fondamentalista. Si è elevato il livello di sicurezza, ma non significa alzare alabarde o chiudere le porte e creare muri".

 

E in Veneto avete mai discusso di come comportarsi?

"Nei giorni scorsi c'è stata una riunione tra me e tutti i direttori delle carceri del Triveneto. Non nascondo che abbiamo affrontato i problemi legati alle attività di prevenzione di ogni istituto: il vero e primo principale presidio sono gli occhi e le orecchie del poliziotto. In un momento come questo serve stare di più in mezzo ai detenuti, notare i gruppi che si muovono, la loro "natura". Capire chi sono i capi, interpretare i cenni che si fanno, perfino le sigarette offerte o accese sono importanti. I poliziotti, lasciando liberi i detenuti di girare come facevano prima, devono specializzarsi nel vedere ogni minimo segnale e raccogliere i sintomi del cambiamento. Noi abbiamo invitato i direttori a contrastare il fondamentalismo senza alzare barriere".

 

Come stanno le carceri venete? Gli ultimi numeri parlano di 2.543 detenuti a fronte di 1.957 posti, con un surplus di 586 detenuti. Ed è forte la presenza di magrebini ed europei dell'Est, soprattutto romeni e albanesi. Può essere un rischio?

"Non meravigliamoci di questo, è la conseguenza inevitabile di una globalizzazione che prevede un mondo piccolo. Le nove carceri del Veneto credo soffrano della scarsità di risorse umane, dovuta al fatto che il nord, di regola, non è agognato dagli agenti della polizia penitenziaria, quasi tutti del sud e quindi costretti ad allontanarsi dalle famiglie. Dobbiamo però stare sereni, attenti e vigili. Soprattutto colpire chi sbaglia, non generalizzare. Anche col terrorismo".