di Alessandro De Angelis
La Stampa, 30 dicembre 2025
Meloni lo sa fin troppo bene: un’eventuale bocciatura della più importante riforma del suo governo non sarebbe a costo a zero. Beh, il rinvio sulla data del referendum è davvero clamoroso, viste le premesse. Per settimane il guardasigilli Carlo Nordio, fedele alla linea del “fare presto” e ansioso di realizzare il sogno di Silvio Berlusconi sulla giustizia, ha annunciato per tutto l’orbe terraqueo la consultazione entro la prima metà di marzo. Un’evidente forzatura perché, secondo una lunga consuetudine di applicazione delle norme, tra raccolta firme e verifiche di regolarità era chiaro anche ai bambini che la prima data utile è il 29 marzo.
Macché. Per trovare una teoria giuridica alla fretta politica gli insigni azzeccagarbugli hanno sostenuto che, secondo questo o quel comma, questa o quella interpretazione ai limiti dell’onanismo normativo, si poteva non tener conto della raccolta delle firme popolari (e, con esse, della sensibilità del Colle). Poi ieri, al momento della decisione, ops: se ne parla al prossimo cdm (forse), perché “ci sono degli approfondimenti da fare”. To make a long story short, un fulgido esempio di come il governo sia rimasto vittima delle sue macchinazioni: l’arroganza ha fatto scattare un riflesso democratico con le firme balzate a quota centodiecimila in pochi giorni. Di lì il timore di ricorsi e, alla fine, il rinvio della decisione che, prima del cdm, veniva data per certa. Adesso, per coprire la barbina figura, spiegano a microfoni spenti che, smaltiti i bagordi di Capodanno, si procederà a spezzare le reni alla Grecia: nessuna esitazione sull’obiettivo di accorciare i tempi.
Chissà, alle cronache finora ci sono i fatti, che fino a questo momento hanno smentito le intenzioni. I fatti sono che, al dunque, l’evidenza democratica - in questo caso la raccolta firme - è inevitabilmente più forte delle fumisterie per stiracchiare i cavilli. Ed è proprio il tema democratico il cuore della questione. Squisitamente politico, non giuridico. Di esso fa parte il consentire ai cittadini la raccolta firme, una campagna che favorisca confronto e partecipazione in un Paese segnato dalla disaffezione al voto, un’informazione corretta. Ebbene, è piuttosto singolare che un governo “eletto dal popolo”, e piuttosto incline a brandire la volontà popolare come una clava, viva quest’ansia da urne referendarie e si incarti sulle scorciatoie.
La storia è tutta qui. Al fondo dell’ansia, c’è l’idea che, se si vota presto in un Paese distratto, si corrono meno rischi. Al momento i sondaggi danno in vantaggio il sì alla riforma, mentre Mediaset parla solo di Garlasco e la Rai se ne occupa il meno possibile. A febbraio ci sono le Olimpiadi Milano-Cortina, poi l’ipnosi collettiva di Sanremo, et voilà: inizio marzo è perfetto per evitare un clima da ordalia finale che sovverta le previsioni. Più si va avanti, infatti, più la tenzone si politicizza al di là del tema giudici, più le opposizioni possono mobilitare attorno alla bandiera che mette assieme davvero tutti: il no a Giorgia Meloni. Esattamente quel che accadde a Matteo Renzi. Mica si votò sulla sua riforma del Senato, ma per mandarlo a casa. E, infatti, ci andò.
A dispetto di quel che dicono la sua curva e le sue gazzette d’ordine, Giorgia Meloni lo sa fin troppo bene: un’eventuale bocciatura della più importante riforma del suo governo - anzi, dell’unica - non sarebbe a costo a zero. Magari resta a palazzo Chigi, ma un risultato negativo renderebbe più complicata la sua agenda di fine legislatura per ridisegnare il potere in Italia. Può un governo, che ha appena perso un referendum costituzionale, mettere mano a maggioranza alla legge elettorale e poi varare, sempre a maggioranza, un’altra riforma costituzionale (il premierato) in un clima in cui mezzo Paese lo percepirebbe come un abusivo, delegittimato dal voto popolare? Ecco, la vittoria prepara la forzatura successiva. La sconfitta è un effetto domino










