di Lorenzo Castellani
Il Domani, 28 luglio 2025
Se una parte consistente della popolazione italiana è insoddisfatta dell’operato del potere giudiziario e una fazione politica propone una riforma e l’altra non propone nulla, aumentano le probabilità che questa riforma in futuro veda la luce. È il “paradosso di Tocqueville”, applicato alla magistratura. L’accelerazione verso l’approvazione finale della riforma costituzionale della giustizia scoperchia un vaso di Pandora per tutta la politica italiana. La riforma della giustizia, che va avanti più spedita rispetto al premierato e che è potenzialmente più incisiva della scatola vuota dell’autonomia regionale, mostra che nel centrodestra una reale unità di intenti sulle riforme istituzionali c’è soltanto in questo ambito.
Ciò non soltanto perché tutti i partiti della coalizione, dall’era Berlusconi in poi, sono stati coinvolti da inchieste giudiziarie ma perché l’argomento tende a compattare l’elettorato di centrodestra molto più di quanto non lo facciano le altre riforme istituzionali. Un recente sondaggio dell’Istituto Piepoli mostra come il 49 per cento degli intervistati abbia nulla o poca fiducia nella magistratura, percentuale che sale al 60 per cento tra quelli che si dichiarano di centrodestra. Il referendum confermativo resta difficile da vincere, ma questi numeri indicano che, non essendoci il quorum, la partita è potenzialmente aperta.
I riflessi nel centrosinistra - La riforma della giustizia mostra dei riflessi ancora più interessanti nel campo del centrosinistra. Le inchieste a carico della giunta Sala e quelle, comunicate con perfetto tempismo dalla procura proprio all’inizio della campagna elettorale, a carico del candidato del centrosinistra alla presidenza della regione Marche Matteo Ricci mostra come nessuno sia immune dalle inchieste della magistratura. Nemmeno coloro che più difendono la corporazione dei magistrati e lo status quo del potere giudiziario.
Mentre a destra le inchieste tendono a rafforzare la compattezza dell’alleanza, a sinistra alimentano divisioni tra l’ala, formata dal Movimento 5 Stelle, Avs e parti del Pd, più incline al giustizialismo e quella, dei democratici moderati e dei potenziali alleati centristi, che reclama garantismo. È una spaccatura che crea problemi alla segretaria del Pd. La posizione di Elly Schlein è ulteriormente complicata dalla posizione garantista assunta, con astuzia, dalla presidente del Consiglio rispetto al sindaco di Milano. Nonostante Beppe Sala sia espressione del centrosinistra, Giorgia Meloni ha sottolineato che un avviso di garanzia non comporta la richiesta di dimissioni.
Schlein per ora ha difeso Sala, pur con delle cautele, così come Ricci, ma l’opposizione ad oltranza verso qualunque riforma della giustizia mostra le contraddizioni a cui va incontro la potenziale alleanza di centrosinistra. Qui andrebbe aperta anche una riflessione interna proprio al mondo intellettuale della sinistra: per quanto tempo si può difendere ad oltranza il potere giudiziario dopo gli scandali, gli eccessi e la politicizzazione che lo ha attraversato in questi anni?
Il paradosso di Tocqueville - Ciò non significa dover essere d’accordo con la riforma Nordio, ma ragionare quantomeno sui cambiamenti che la sinistra proporrebbe se andasse al governo.
Invece l’atteggiamento di grandissima parte dell’intellighenzia è di muro totale contro qualsiasi riforma della giustizia pur quando il potere requirente mette a repentaglio la classe politica della sinistra stessa. Davvero basta soltanto aspettare che la giustizia faccia il suo corso mentre le inchieste condizionano l’azione politica? Va bene che le indagini vengano rese pubbliche al via di una campagna elettorale come nelle Marche o che gli atti di conversazioni private vengano veicolati alla stampa come accade nel caso milanese? Non riconoscere un problema di convivenza tra giustizia e politica significa fare un favore alla destra.
La sinistra italiana rischia infatti che si verifichi il cosiddetto “paradosso di Tocqueville” per cui l’indebolimento della legittimità di una istituzione, e la magistratura italiana oggi ha una legittimità molto più debole rispetto al passato, porta ad una richiesta di riforma da parte di molti, e se questo cambiamento non si realizza cresce il rischio che in futuro la riforma possa essere più radicale e rivoluzionaria.
Attualizzando il paradosso si può dire che se una parte consistente della popolazione italiana è insoddisfatta dell’operato del potere giudiziario e una fazione politica propone una riforma e l’altra non propone nulla, aumentano le probabilità che questa riforma, o magari una ancor più radicale, in futuro veda la luce.
L’atteggiamento, immobilista e conservativo, della sinistra nel suo complesso accresce le possibilità che la destra ce la faccia al referendum, magari allargando il proprio elettorato a quello centrista. Oggi non è forse lo scenario più probabile, ma la somma di inchieste sulla politica e indecisioni a sinistra contribuiscono a far crescere le possibilità che la riforma Nordio possa trovare la maggioranza al referendum. A quel punto il centrodestra avrebbe realizzato un pezzo importante del ridisegno costituzionale che ha in mente, aprendo la via a nuove modifiche della Carta se restasse, come possibile, ancora al potere in futuro. È l’alto costo del paradosso di Tocqueville.











